martedì 5 luglio 2016

Vacanze a Ischia

Vacanze a Ischia
con scugnizzi e summuzzate puteolane

Oggi come ieri, nella realtà come nella finzione, le “Vacanze a Ischia” iniziano sempre dal porto di Pozzuoli; così come narra l’omonima e famosa pellicola, diretta da Camerini, prodotta da Angelo Rizzoli nel 1956.

Rizzoli (1889-1970) è figlio di un ciabattino analfabeta che muore prima che egli nasca. Da bambino conosce l'angoscia della povertà e della miseria e viene inviato nel Collegio dei “Martinitt”; orfanotrofio dove cresce e impara il mestiere di tipografo. A vent'anni inizia la sua carriera di Imprenditore nel campo dell'editoria, con una piccola sede, e subito dopo la “Grande Guerra” in un moderno stabilimento. Nel 1927 acquista, dalla Mondadori, il bisettimanale “Novella; poi seguono “Annabella, “Bertoldo, “Candido, “Omnibus, “Oggi” e “L'Europeo”. Dopo i periodici, Rizzoli inizia nel 1949 a pubblicare anche libri; specialmente classici a prezzi popolari. Il “cumenda”, così è chiamato, inizia, con la “CINERIZ, anche l'attività cinematografica; con tale casa di produzione sono girati anche Umberto D." di Vittorio De Sica e la popolare serie “Peppone e Don Camillo”.

Nel 1951 Angelo Rizzoli sbarca ad Ischia dal suo panfilo “Sereno” e ha proprio l'aspetto di un commendatore; giacca a righe ben tagliata che comunque non maschera la pancetta, cappello leggero e immancabile sigaretta all'angolo destro della bocca. Attraversa la banchina dispensando sorrisi e, nella mano, stringe una banconota da "diecimila" per l'ormeggiatore.
Sceso, si guarda attorno e s'invaghisce di Ischia, specialmente di Lacco Ameno. In pochi anni costruisce alberghi, terme, ospedale e cinematografo.
Fa dell'isola la capitale del cinema italiano; richiama attori, reali incoronati e decaduti, finanzieri, stilisti e altra bella gente. E’ così che Ischia diventa la periferia della dolce vita romana.

Questo ennesimo nuovo film è praticamente un enorme spot pubblicitario d’Ischia, in gran parte ambientato nell’albergo Regina Isabella di proprietà del cummenda, che illustra tutte le bellezze dell'isola, da quelle del territorio a quelle delle sue acque termali. All’interno delle inquadrature spesso si nota la scritta “Regina Isabella”; il caso più ricor­rente riguarda l’insegna che troneggia sulla facciata neoclassica della stazione termale e il medesimo logo campeggia anche sullo scafo delle motonavi, sulle magliette dei marinai, nonché sul pulmino che trasporta a più riprese i personaggi per l’isola.
Ischia con il suo sole e le sue bellezze naturali attira i visitatori più diversi, che giungono da ogni parte per godersi nell'isola un gradevole periodo di vacanze; pertanto Camerini predispone un gruppo di protagonisti quanto mai eterogeneo di caratteri, che non potrebbero essere più differenti gli uni rispetto agli altri. Diversi per età, giovani e non giovani; per stato sociale, single e accoppiati; provenienza geografica, italiani e stranieri; appartenenza di classe, proletari, piccoli borghesi e alto borghesi. Lo spettatore ne fa subito conoscenza fin dalla prima sequenza del film, ambientata sul vaporetto che da Pozzuoli si accinge a trasportarli a Ischia Porto.


La scena iniziale riprende il lungomare Cristoforo Colombo di Pozzuoli ed è visibile il retro della chiesa di Santa Maria delle Grazie, l’esatto luogo dove oggi sono cippo e lapide in ricordo dello sbarco dell’apostolo Paolo.
Alla banchina è attraccato il lussuoso ed esclusivo panfilo “Sereno”, all’epoca il più grande del Mediterraneo, simbolo del successo e della potenza economica del “cumenda”.
In precedenza il panfilo è stato un dragamine della U.S.Navy, acquistato da Rizzoli sul mercato civile dell’usato e fatto trasformare dai cantieri di Viareggio. Ha una stazza di 316 ton, lungo 43 metri, possiede otto grandi cabine per gli ospiti, tutte con bagno, oltre agli alloggi per l’equipaggio, la cucina ed altri saloni. E’ fornito, oltre a due grosse lance di salvataggio, di due bei motoscafi che l’Armatore usa nelle rade in cui non può accostare alle banchine.
Il “Sereno” trasporta solo “VIP” o comunque amici del commendatore ed a tale scopo, per i collegamenti Terraferma - Ischia si serve del porto di Pozzuoli. Qui, e nelle eleganti cabine di questo panfilo, passano i più bei nomi del “jet set”. Lo Scia di Persia in cerca di una nuova sposa, Walter Chiari e la focosa Ava Gardner, Liz Taylor e l’ammaliato Richard Burton, Paolo Stoppa impegnato a litigare con Vittorio De Sica, Christian Barnard con qualche sua amante, John Wayne, Maurizio Arena, Sofia Loren e Carlo Ponti, Catherine Spaak e Fabrizio Capucci, autentici “diciottenni al sole”.



La cinepresa si sposta ed inquadra un affiancato secondo candido battello, il “Regina Isabella” che, nella finzione, alle ore 8.25 del mattino si accinge a partire alla volta di Ischia; carico di quei turisti che saranno poi i protagonisti della trama.
Anche questo è un ex dragamine in disuso e, sempre per conto di Rizzoli, trasformato dai cantieri di Viareggio per la pesca del tonno, unitamente ad altro gemello. L’investimento non funziona e, data la carenza di un regolare servizio pubblico per Ischia, il commendatore li fa ritrasformare in motonavi atte a trasportare i turisti tra Napoli ed i suoi alberghi di Lacco Ameno. Le due motonavi vengono battezzate col nome del suo albergo, “Regina Isabella I” e “Regina Isabella II”. Questo collegamento quotidiano dura 6-7 anni e l’ischitano armatore Agostino Lauro se ne preoccupa e lo contatta. Alla fine Rizzoli, per danneggiarlo il meno possibile, fissa per il biglietto delle sue motonavi un prezzo così alto, 1500 lire, che la sua non diventa mai una reale concorrenza per Don Agostino.



La macchina da presa si sposta a poppa del vaporetto ed inquadra la passerella a mezzo della quale iniziano ad imbarcare i protagonisti del film.
Il primo è l’ingegner Occhipinti (Vittorio De Sica), in procinto di raggiungere la moglie Carla (Nadia Gray), già sull’isola da settimane per motivi di salute; ovvero per seguire delle cure termali tese a stimolare un tardivo concepimento. L'ingegnere è uomo tranquillo, capace d'apprezzare la dolcezza del soggiorno, ed affabile con tutti. Calorosi i saluti che scambia con il comandante del vaporetto che, secondo alcune fonti, potrebbe essere il reale comandante del “Regina Isabella” o forse, secondo altre, il capitano Renato Molino, un esperto marinaio comandante del “Sereno”, e del quale il commendatore ha completa fiducia.
Entrambi sono in completa tenuta bianca, completo leggero con panama, per il primo e uniforme estiva per l’altro. Occhipinti nella mano sinistra mostra (anche qui pubblicità occulta per l’impero Rizzoli) il settimanale “L’Europeo”.
Al loro incontro fa da sfondo lo storico Ristorante “Grottino a mmare da Mimì” che occupa gran parte della banchina affollata da eleganti turisti e locali.



Occhipinti avanza verso centro nave e, ancora più calorosi e confidenziali, sono i saluti e le battute che scambia con il maresciallo dei Carabinieri (Arturo Criscuolo) anche lui intento a ritornare nell’Isola Verde dopo una licenza. Questa scenetta, che si svolge alla base della scaletta che conduce al ponte superiore, permette d’ammirare l’intera ripa puteolana, dalla Malva alla Sirena, dalla Calcara a Villa Maria, e fin oltre i capannoni del Cantiere; il tutto dominato dall’alta vetta del Monte Gauro.



Poi l’ingegnere Occhipinti sale al ponte superiore ed il suo allontanamento dalla scena favorisce l’inquadratura di due salvagenti che portano inciso il nome del vaporetto. Inoltre il centro della quinta è ora occupato da due personaggi che simbolizzano i tipici e tecnologici turisti tedeschi di quegli anni; sempre pronti a mostrare le loro attrezzature e ricercare allettanti inquadrature che testimonino la partecipazione al “Grand Tour”.



La cinepresa ritorna ad inquadrare la banchina perché l’attenzione di tutti è attratta dall’arrivo di una chiassosa comitiva composta da quattro giovani e squattrinati “pappagalli” romani, tra cui qualche reduce e prestante fusto di “Poveri ma belli”.
Essi sono Antonio (Antonio Cifa­riello), Franco (Maurizio Arena), Furio (Ennio Girolami) e Benito (Gianpiero Littera), tutti interessati più alle bellezze delle turiste che alle bellezze turistiche. Tre di loro, escluso Antonio, si godono la liquidazione ottenuta quando sono stati giustamente licenziati dalla ditta di proprietà dell’ingegner Occhipinti.



Nelle vicinanze della passerella Benito lascia cadere il contenuto di una sacca in cui custodisce tutto il suo “beauty-case”; pertanto a terra, sugli ottocenteschi basoli che rivestono il nostro lungomare, possiamo notare spazzola, pettine, pennello da barba, rasoio, specchietto, etc…



Una volta a bordo i quattro “fusti” rivolgono lo sguardo verso la banchina dove notano l’arrivo della bella e sofisticata Caterina Lisotto (Isabelle Corey), che a Ischia è in realtà costretta a tornare suo malgrado, per un impiccio giudiziario.




La Corey scende da un Taxi, che poi è FIAT 1400 tipico tra quelli in servizio a Pozzuoli, lucido ed elegante con i suoi copertoni cerchiati di bianco.



La bella e sofisticata Caterina sale la scaletta, tra l’ammirazione di marinai e curiosi, permettendoci di notare, alle sue spalle, il secondario ingresso del bar “dal toscano”; quello che introduceva direttamente al bancone dei gelati.




Deve poi farsi largo tra i quattro bulli che sono ignari del piccante processo che attende la bella turista a Ischia, con l’accusa di oltraggio al pudore. Vedremo che il giudice (Giuseppe Porelli), il cancelliere (Guglielmo Inglese), l’accusatore colonnello Poletto (Hubert von Meyerinch), l’avvocato Appicciato (Paolo Stoppa) e il difensore avvocato Battistelli (Peppino De Filippo) mostrano più morbosa curiosità che sollecitudine per la giustizia. Caterina è una bella ragazza, dalle forme appetitose, ma recidiva e il suo avvocato difensore non sa che tesi assumere per la difesa.
Pertanto con il collega, avvocato Loiacono (Michele Riccardini), crea un costume color carnicino che l’accusata indosserà durante il sopralluogo notturno, disposto dal giudice. Quella notte difensori, corte, testimoni assisteranno ad uno spettacolo per loro indimenticabile. Le forme statuarie della fanciulla risaltavano al buio e gli uomini deglutivano continuamente. Anche il colonnello fu vivamente turbato e ritirò la denuncia.



Intanto a bordo sta salendo, sempre accolta dal comandante, una coppia di sposini francesi, Pierre (Bernard Dhéran) e Denise Tissot (Myriam Bru).
Essi stanno cercando di ravvivare un rapporto sentimentale fresco ma già considere­volmente logorato. La signora, a differenza del marito, ha un atteggiamento sensibile verso l’isola e gli isolani; e non resterà insensibile alle premure del giovane conducente e guida isolana Salvatore (Raf Mattioli) con il quale avvierà una, seppure platonica, relazione sentimentale.



Intanto il marito contratta animatamente, con un gruppo di scugnizzi puteolani, la tariffa per l’effettuato trasporto delle valigie; consegna ai ragazzi Lire cinquanta anziché le Lire duecento richieste. Pierre è molto attaccato al denaro ed anche in seguito contratterà con tutti su qualsiasi acquisto o spesa da effettuare.




Ora l’obiettivo si sposta in mare e sono inquadrati quattro monelli che insistentemente chiedono ai turisti imbarcati di gettare in acqua delle monetine affinché possano andare a ricercarle sul fondo, previa “summuzzata”. Attività all’epoca molto in voga tra i nostri scugnizzi, nell’adiacenze dei vaporetti in procinto di salpare e al di sotto dei ristoranti con terrazzi affacciati direttamente sul mare; come da “Vicienzo a mmare” e da “La Sirena”. In questo modo divertivano i turisti e ricavavano qualche spicciolo per i loro bisogni.




Qui entra in scena l’avvocato milanese Lucarelli (Nino Besozzi), con signora al seguito (Laura Carli), che sarà il vero protagonista di tutta la fase puteolana e filo conduttore, nel corso dell’intero film. Lucarelli, prossimo alla pensione, ha bisogno di riposo ed è desideroso di fuggire dalla routine giornaliera. In questo primo fotogramma chiede alla moglie qualche monetina da gettare in acqua ai ragazzi che la reclamano con insistenza.



Appena avviene il lancio gli scugnizzi s’immergono per recuperarla ed in questa scena ci rendiamo conto della loro bravura ed esperienza in questo genere d’operazioni. Non sono attori, a quell’età, e certamente sono veraci pozzolani avvezzi ed a proprio agio in questo nobile elemento. L'amico Michele Terrin (nato nel 1945) ricorda la sua partecipazione a questo film (tra i ricercatori di monete) e d'aver ricevuto un compenso di Lire 500 per questa comparsa.



Si ritorna ad inquadrare il ponte superiore dove Pierre e Denise Tissot sono insistentemente fatto oggetto di richiami da numerosi ragazzacci tra cui i due che hanno provveduto a portare i loro bagagli.



Appena la coppia francese nota gli scugnizzi, che li richiamo vigorosamente, da questi parte una sonoro e corale pernacchio all’indirizzo del transalpino da loro ritenuto un “taccagno”.



Alle intimidazioni di Pierre fa seguito la decisiva minaccia posta in atto dal marinaio vicino alla scaletta, che grida “guagliun’ iatevenn”; pertanto gli scugnizzi iniziano una precipitosa fuga. Tra loro, come ricorda il fratello, il compianto Gennaro Carità.



Intanto un marinaio dell’equipaggio, che al petto mostra la scritta “Regina Isabella”, invita i ragazzi in acqua ad allontanarsi poiché il vaporetto sta per partire ed è pericoloso nuotare nelle vicinanze delle eliche.



Tutti gli scugnizzi si allontanano prontamente dalla poppa dell’unità ed il marinaio invita l’avvocato Lucarelli a non lanciare ulteriori monete in acqua.



Ormai si sono allontanati sia i ragazzi che il marinaio, ma in acqua riemerge un biondino che rivolto a Lucarelli, e chiamandolo commendatore, gli fa cenno di lanciare almeno un’altra moneta da cento lire. Per rafforzare la sua richiesta grida d’essere orfano d’entrambi i genitori e di non aver altri sostentamenti. Questo biondino è il puteolano Franco Cavaliere, come molti amici ricordano.



L’avvocato, timoroso del pericolo costituito dalle eliche, lo invita ad allontanarsi ma, dietro le forti insistenze del ragazzo, gli urla che solo se promette poi di andarsene lancerà la moneta. All’affermativo giuramento dello scugnizzo Lucarelli, cercando di non esser visto dall’equipaggio, effettua il lancio.



Subito il biondino si tuffa sott’acqua alla ricerca della preziosa moneta che poi stringerà fra i denti a modo di trofeo, e questo gli permetterà anche d’avere le mani libere e dispiegate per meglio nuotare.



In quel preciso istante il vaporetto aziona l’elica provocando un vistoso vortice tra la poppa e la vicina banchina che ancora riporta bianche iscrizioni risalenti al periodo bellico durante il suo utilizzo da parte degli alleati.



L’avvocato milanese, preoccupato, guarda verso la banchina dalla murata sinistra del battello, dove ha effettuato il suo lancio, per rintracciare il biondino che è ancora in acqua e non ha visto risalire.



Poi si sposta verso la murata destra per vedere se il ragazzo sia riaffiorato da quelle parti. Nel corso di questa scena possiamo notare che la carrozzella da noleggio, dopo aver trasportato dei villeggianti, sta allontanandosi lentamente dalla banchina.



Ma l’esperto biondino, una volta recuperata la moneta dal fondale, ha nuotato per un tratto sott’acqua e poi riaffiora nei pressi della banchina. Riemerge dietro una lancia, su cui si accinge a salire, che lo nasconde alla vista di chi si trova sul vaporetto.



All’agitato avvocato s’avvicina la premurosa moglie con la consueta medicina da prendere con un bicchier d’acqua, ma l’ansia, per il timore di aver provocato la morte dello scugnizzo, non lo lascia e vedremo che passerà tutto il tempo della vacanza in preda all'inquietudine.
A Ischia telefonerà alla capitaneria di porto di Pozzuoli per sentire se c’è stato qualche annegato nelle ultime ore, e ne ottenne una risposta negativa. Ma questo non sarà sufficiente a tranquillizzarlo; sa che un cadavere di annegato può metterci anche parecchi giorni per riapparire alla superficie.



Inizia quindi la traversata e la critica moderna riferisce che significative sono le composizioni panoramiche laterali della prima sequenza del film, quella appunto ambientata sul traghetto Pozzuoli-Ischia. Ed uno dei primi esempi è la semicomica scena dei predetti due turisti tedeschi che fanno un “selfie” su di uno sfondo di grande efficacia che inquadra Nisida e Posillipo.



La navigazione continua nel Golfo di Pozzuoli e l’ingegnere Occhipinti è impegnato in nuova conversazione con il maresciallo cui riferisce del telegramma ricevuto dalla moglie che lo informa della probabile ed attesa gravidanza. Questa conversazione, con sullo sfondo l’imponente Capo Miseno, è ascoltata da Furio, uno degli scapoloni.





Furio riferisce agli altri giovinastri l’ascoltata conversazione e questi subito preparano una burla atroce insinuando, nell’animo dell’ingegnere, il sospetto che la moglie lo tradisca e che il figlio che aspetta non sia suo.



I dubbi dell’ingegnere romano che saranno dissipati solo dalla finale confessione dei ragazzi; i sensi di colpa dell’avvocato milanese, che cesseranno solo in procinto di rientrare quando rivede il biondino vivo e vegeto su di una bilancella di Pozzuoli; le avventure amorose e finanziarie dei giovani sempre a corto di denaro; le vicissitudini giudiziarie della bella Caterina che dichiarerà di non essere completamente nuda ma di indossare dei sandali; gli sguardi amorosi della signora francese e di altri personaggi; saranno il filo conduttore di questa pellicola simile a tante altre di sessant’anni fa.
Questo film non è un capolavoro, ma grazie all’ottima regia del Camerini, alla spigliata sceneggiatura e alla buona interpretazione, può ben figurare nel genere dei rodati moduli della commedia italiana che come sempre racconta le vicende di giova­notti in cerca di avventure, mariti gelosi e ragazze piacenti e nello stesso tempo regala, a noi puteolani, uno spaccato di passata elegante esistenza.



P.S- - Purtroppo i fotogrammi, non digitali, sono di pessima qualità
         L'intero film lo si può vedere al seguente Link: https://www.youtube.com/watch?v=Ke8N441Yc4I



Giuseppe Peluso

martedì 28 giugno 2016

Viaggio sulla vecchia cara Cumana



Viaggio sulla vecchia cara Cumana
Tra emozioni e ricordi

La Ferrovia Cumana, fin dalla sua inaugurazione nel 1889, ha la stazione iniziale a Napoli in piazzetta Montesanto e, causa il ristretto piazzale, una porzione di binari si ritrova già in tunnel [1].
Il treno, appena parte, s’inoltra nella galleria Sant’Elmo e, oltrepassata questa collina, sbuca al Corso Vittorio Emanuele dove incontra la prima fermata.

Lo scrittore e giornalista napoletano Antonio Scotto di Uccio così descrive le sensazioni provate nei suoi viaggi su questa vecchia ferrovia:
«Il trenino della Cumana era un nostro amico dell’estate. Quando, alla fermata del Corso, lo vedevamo sbucare sbuffando proveniente da Montesanto di sotto ad un tunnel che sembrava, a noi giovanissimi, come un tremendo Moloch, era una corsa allegra [2].

Scattavamo come saette per conquistare il posto (e si andava in prima!) che cedevamo alla mamma ed alle sue amiche; noi preferivamo, poi, andarcene sul terrazzino; il vecchio belvedere.
Per goderci la passeggiata, il tran tran sulle ruote non molto veloce, a far finta di nulla ma notare qualche coppia appena più adulta, furtivamente pronta ad intrecciare le mani nelle mani.
Paragonarle a quelle odierne dei trenini elettrici; il capostazione dal berretto rosso, il cancelletto dipinto di verde per l’uscita, le siepi di fiori profumati.
Fiori semplici di stagione con certe ortensie multicolori che davano il capogiro, l’immancabile seriosa coppia di carabinieri.
Non era veloce il nostro amico trenino. Ma ci concedeva il lusso del chiaroscuro; un tunnel breve; uno spicchio di sole; un tunnel più lungo; una panoramica di azzurro fatta di mare e cielo a contatto.
Tecnicolor della più pura luce. Un regista, un fotografo, uno scenografo di quelli moderni non avrebbero potuto far meglio. Aveva pensato a tutto l’alchimista dell’Universo. . .
La fermata delle Terme Puteolane, ad esempio. Ecco una cartolina che abbiamo nell’album dei ricordi. Una specie di sogno. Giù si sentiva Pozzuoli, alveare di odori di pesce fresco e fritto, ma, durante la sosta, osservavamo come affascinati; piante esotiche, scalinatelle che si intrecciavano, ombrelloni su spiazzi ampi di terrazze fatte a balconate, lumi colorati. Predominava il rosso mattone. Un rosso di lusso; come un pugno nell’occhio, ma dato con stile.
C’era ancora un tratto di ferrovia, se ben ricordiamo lungo la Pietra, con altri tunnel che si intrecciavano, ed il fischio della locomotiva accompagnava l’uscita mentre si scorgeva, d’improvviso, un tratto di strada che sfiorava il mare [3].


Esisteva un intermezzo di verde costituito da canne di bambù o di viti, di frasche rilucenti e di erbe selvagge; quale contrasto. E poi l’incantesimo della visione; la barca a vela ondeggiante pigramente, una specie di paranza che si dondolava. C’erano anche spruzzi di fichi d’india invidiati. Li avremmo voluti cogliere al volo. Ci avvicinavamo, così, alla meta; alla parte, a quel tempo dell’anteguerra, più bella della nostra Napoli.
Quando il treno si fermava a Lucrino, era fatta. E bisognava attendere le prime ore della sera per rifare il cammino a ritroso ed a volte con la luce diffusa di una luna inviolata piena di sospiri, di occhiate amichevoli, di strizzatine, di quelle che sembravano occhi per una carezza fugace.»

Il 9 giugno 1898 escursione classica per gli alunni del convitto Vittorio Emanuele II di Napoli.
«Alle 6 del mattino gli studenti, accompagnati anche dal distinto prof. Giuseppe Mercalli, escono dall’edificio di Piazza Dante avviandosi alla stazione della Cumana [4].

Il treno partì e circa un’ora dopo, alla stazione del Lucrino, la comitiva scendeva per incominciare l’escursione a piedi. La prima visita fu alle Stufe di Nerone, con spiegazione del fenomeno da parte del Mercalli che fece notare le analogie, e le opportune differenze, con le stufe di San Germano, la Grotta del Cane e la Solfatara.
Poi ci si prese a camminare verso Pozzuoli: si visitò il Serapeo, dove il prof. Mercalli mostrò le perforazioni subite dalle tre colonne, si proseguì quindi per la Solfatara, il cui proprietario cav. Eugenio De Luca concesse l’ingresso gratuito, e si eseguirono vari esperimenti chiaramente spiegati sempre dal professor Mercalli.
Tutti, lasciando il luogo, vollero portare con se un pezzettino qualunque di materiale che fu oggetto di lunghi dibattiti nelle carrozze della Cumana durante il ritorno a Napoli.»

Edoardo Salzano, ingegnere ed urbanista nipote di Armando Diaz, così scrive nel suo libro “La lunga infanzia”:
«A volte, d’estate, quando stavamo in città ci portavano al mare. Ricordo il viaggio verso Lucrino, una grande spiaggia pulitissima e deserta. Percorrevamo a piedi un pezzo del Corso, fermandoci dalla drogheria Stinca a comprare le caramelle, e raggiungevamo, subito dopo la casa di Luigi Massaro, la stazione della ferrovia Cumana. Era divertente guardare dal finestrino il paesaggio prima urbano poi, dopo Pozzuoli, aperto sulla Baia. Come tutti i bambini, raccoglievamo conchiglie, facevamo i castelli di sabbia, prendevamo il bagno nelle ore stabilite e ci facevamo asciugare dai grandi lenzuoli a spugna.»

Nel 1932 la stampa enfatizza sul buon cuore fascista che non trascura i bisognosi. Così riporta:
«Alla presenza delle autorità cittadine, dalla stazione della Cumana di Napoli è partito il primo treno delle vacanze per la colonia estiva di Arco Felice [5].

Spettacolo indimenticabile; sventolava il tricolore, la banda suonava gli inni della Patria, i babbi e le mamme agitavano i fazzoletti per salutare i loro piccini.
Intervistato, un povero bimbo, figlio di un falegname, ha suscitato la commozione degli astanti dicendo:
“Oh, quanto son grato a Sua Eccellenza Mussolini! Io non ero mai stato in treno, e nemmeno in funicolare!»
Ancora fino a tutti gli anni ’30 erano in voga le “ottobrate”, una sorta di scampagnata fuori porta organizzate, spesso, dal Dopolavoro Provinciale del Partito Nazionale Fascista. Tutti insieme si partiva dalla stazione Cumana di Montesanto e si raggiungeva quella del Fusaro, vicinissima al lago ed alle sue peschiere, a rinomati o meno ristoranti, a estesi prati [6].


Antonio Buonomo, nel suo libro “L’arte della fuga in tempo di guerra”, così parla del nonno e della Cumana:
«Di lui ho un ricordo stupendo!
Amava molto il suo lavoro di capotreno della Ferrovia Cumana e spesso mi portava con sé sul treno.
Durante quei viaggi avevo avuto modo di vedere come mio nonno fosse stimato e amato da tutti quelli che lo conoscevano. Sui treni della Ferrovia Cumana viaggiavano vaste categorie di commercianti che trasportavano derrate alimentari; pescatori, ortolani, salumieri, ecc.
Lui cercava sempre di facilitare il loro lavoro, facendo il suo senza essere mai eccessivamente fiscale.»

Sia i pescatori (generalmente di sciabica i quali dividevano tra loro il pescato che vendono in proprio casa per casa) che i pescivendoli erano quasi tutti puteolani.
Ancora ricordo il loro coreografico assalto mattutino ai treni della Cumana presso la stazione di Pozzuoli; le urla, gli spintoni, le precedenze mai rispettate e... il coro finale quando il convoglio partiva lasciando a terra qualche tinozza o delle cassette col rispettivo proprietario.

Il citato Buonomo così continua i suoi ricordi, in piena guerra:
«Dopo aver dormito qualche notte sui marciapiedi del tunnel della metropolitana, per ragioni di vicinanza, ci trasferimmo sotto al tunnel della Cumana; una ferrovia suburbana che collega la città di Napoli con la costa Flegrea. Il tunnel era da preferire perché aveva due uscite; mentre i rifugi sotterranei, durante i cosiddetti “bombardamenti a tappeto”, potevano essere bloccati dalle macerie dei palazzi soprastanti.
Conoscevo molto bene la Ferrovia Cumana, perché me ne servivo spesso, sia per andare a trovare i miei nonni sia per andare al mare d’estate.
Quello che colpiva la nostra fantasia di bambini erano i due treni diretti per Lucrino (detto anche Lido di Napoli); uno tutto bianco e l’altro azzurro [7].»

Questa idea innovativa della cumana non deluderà, rivelandosi utile sia per i cittadini sia per i turisti, tanto da incentivare l’idea di un biglietto che non solo garantisca il viaggio ma anche l’ingresso agli stabilimenti balneari posti a pochi metri dalla stazione di arrivo. Col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto più vasto; nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.
I napoletani possono definirsi quindi i precursori di un’epoca moderna, quella delle offerte vantaggiose oggi definite “all inclusive” [8].

I miei primi ricordi di questa ferrovia risalgono agli anni cinquanta; d'estate si andava con la Cumana a fare i bagni a Torregaveta, al Lido Fusaro in cabine concesse a prezzi modici ai dipendenti del Silurificio di Baia, come lo era mio Padre.
Più spesso, con tutta la Famiglia, s’andava a Napoli per gli acquisti importanti, per la Piedigrotta, per i Presepi.
Ci sono due odori che mi ricorderanno sempre quel tempo; la frittata di maccheroni, il piatto classico da spiaggia del napoletano e l'odore misto di treno e panzarotti che ancora adesso, se si cammina per Montesanto e si passa vicino alla Cumana, ti riporta a quei tempi.
E m’è rimasto impresso anche il fumo passivo che, nelle umide giornate con i finestrini ben serrati, invadeva l’intero treno quando non esisteva il divieto.

Lucio Musto, in un blog napoletano, così racconta:
«Da Fuorigrotta prendevamo la Cumana che ci portava a Lucrino o ad Arco Felice o ancora a Torregaveta. Salivamo sulla Cumana carichi di vettovagliamenti, ruoti di maccheroni, insalate di pomodoro; c’era di tutto. In quegli anni il periodo più lungo lo trascorremmo al ”Lido Fusaro” [9].

Era uno stabilimento balneare molto bello che si trovava sul tratto iniziale de “la spiaggia romana”, partendo da Torregaveta. L’ingresso era formato da un edificio circolare che comprendeva gli uffici, il bar ed una grande sala in cui c’era il bigliardino e soprattutto il juke-box che spesso faceva da sottofondo ad alcuni ballerini che accennavano qualche ballo di coppia o di gruppo. All’epoca non c’era bisogno di fare scuola di danza, chi aveva voglia di ballare, o cercava nel ballo la possibilità di fare “acchiappanza”, si buttava senza vergogna, per la gioia di noi ragazzi che ci divertivamo a guardare quei Fred Astair e Ginger Roger nelle loro coreografie valorizzate dai costumi da bagno. Sono trascorsi solo cinquantacinque anni ma sono tanti.»
  
Sul blog del puteolano Giuseppe Caso, troviamo:
«Arrivavo a Bagnoli ogni mattina con la Cumana, che aveva ancora i vecchi convogli con motrice e carrozze di colore rosso e crema, e ne ripartivo con la stessa all'uscita da scuola. Sulla stazione iniziai a notare, in quello stesso autunno del 1960, una ragazza che mi colpì particolarmente per il suo aspetto. Questa bambina, perché tale era avendo solo 12 anni, frequentava la mia stessa scuola e utilizzava anche lei la Cumana, ma in direzione opposta alla mia. In seguito scoprii che proveniva da Fuorigrotta e lei poteva usufruire, diversamente da me, anche di una navetta, una specie di “littorina”, che ogni dieci minuti intercalava le corse con i normali convogli come quelli diretti verso Pozzuoli. Questa “littorina” acquisterà poi grande rilievo nel prosieguo dei miei ricordi [10].»


Salvatore Savino, nel suo “Il ragazzo di via Enrico Alvino”, così scrive:
«Scoprii così nuove spiagge, anche lontane dalla città. Come Arco Felice, e le pulitissime acque del Lido Napoli di Lucrino, che raggiungevamo con il treno della Cumana.
Durante il non breve viaggio parlavamo di scuola, dei libri di lettura, dei nuovi film visti o da vedere e dei nuovi attori americani. Poi giunti al Lido, giù in acqua con lunghe nuotate a raggiungere la Torre di Pulcinella, forse un antico faro allora non più attivo, situata in mezzo a quell’arco di mare e utilizzata da noi come trampolino per i tuffi.»

Sul Forum “Napolifans” c’è questo interessante intervento di Carlo Orso:
«La mattina mi svegliava una lama di luce dalle persiane. E subito avvertivo quel languore, la sottile leggerezza del vivere una vita unica e irripetibile tra le braccia di una donna. Con lei andavo spedito alla stazioncina della Cumana al Corso Vittorio Emanuele e (tra una folla fragrante di mare, una giovane ciurma allegra e gentile, munita di pinne, tamburelli, palloni e sacchi da spiaggia odoranti colazioni a base di mortadella, cotolette o cozzetti riempiti di cianfotte) in compagnia di tale piccola umanità del Paradiso, andavo a fare il bagno al Lido Napoli di Lucrino.
Quel vagone (me lo ricordo bene, proprio oggi che qui nevica a fiocchi ampi e leggeri) risuonava di voci, risate e chiacchierine, e pur essendo ciascuno sull'altro, aggrappati a ganci o a corrimano, nessuno si permetteva di sbuffare al vicino; di felicità per la vita, per quella vita, ce n'era in abbondanza per tutti. Ricordo ancora, io sì che mi ricordo, una signora occhialuta, alta e magra, che indossava un vestitino celeste con i fiori arancione. Saliva sul treno in compagnia di una bimba ciotta ciotta e di un ragazzetto pasciuto e cretino che piangiucchiava senza una ragione. La signora portava una gran sacca a tracolla e sotto il braccio una di quelle sedioline pieghevoli in legno che, fattosi un po' di spazio tra la gente, apriva di scatto per sedercisi sopra. Dalla nuova altezza canticchiava coi suoi bambinetti "perchè perchè, la domenica mi lasci sempre sola".
Man mano che la meta si avvicinava il chiacchiericcio si infittiva, sentivi nell'aria l'eccitazione di quando il mare si approssima. Nell'ultimo tratto la botta al cuore, dopo un tratto in galleria, lungo il quale risate e chiacchierine accusavano il picco, improvviso il silenzio. Lasciata la stazione di Arco Felice la Cumana sfrecciava all'aperto e sotto i nostri occhi incantati scorreva il lido di Lucrino [11].

Erano attimi di gioia cristallina; il mare! il mare! e il mare ci accoglieva paterno con le note di “Azzurro”, la canzone di Celentano che impazzava quell'estate.
Addio Napoli, e forse addio vita vera. Addio per sempre.»

Amalia Galante, nel suo “La signora dagli occhi di viola”, così scrive:
«L’estate era arrivata con molto anticipo quell’anno. Messi da parte piumoni e poullovers s’indossavano abiti chiari, allegri camicioni.
Martina accettò l’invito di Rosetta di recarsi con lei al mare e verificò che nel borsone vi fosse tutto l’occorrente. Mancavano le creme solari, ma sapeva che Rosetta ne aveva una scorta.
“Andiamo a Lucrino?”
“Per me va bene, senza macchina però, prendiamo la Cumana a Montesanto.”
Da molti anni mancava dal Lido Napoli. Era uno stabilimento di pietra. Un lungo nastro di cemento separava le cabine per famiglia, grandi spaziose, con una terrazzina coperta, dagli spogliatoi in muratura.
Il proprietario del bagno aveva predisposto ad una certa distanza dall’arenile una zattera dalla quale ragazzi e ragazze si tuffavano con le più inverosimili esibizioni.
Martina nuotava bene allora, arrivava senza sforzo alla tomba (sic) di Pulcinella, il bianco tempietto che si ergeva come un faro.
Chiassoso il treno dei bagnanti stipato quasi esclusivamente di giovani.
La piccola comitiva di allora non sostava nella carrozze, era fuori, nel breve abitacolo che le precedeva a godere del vento che scompigliava i capelli, dei baci furtivi nelle lunghe gallerie, di strette rapide che i sobbalzi della carrozze in fila rendevano sempre audaci…[12].

Non erano molti i viaggiatori quella mattina. L’estate non aveva ancora sfoderato l’irresistibile desiderio di denudarsi, di sentirsi finalmente liberi da moralistiche sovrastrutture imposte dall’inclemenza della stagione invernale.
Ancora pochi i bagnanti al lido.
Martina si provò il costume, avrebbe dovuto pensarci! Le andava stretto, erano più di tre anni che non andava al mare, lo tirò verso l’alto, poi verso il basso, lo strapazzò, lo tese, non cedeva di un millimetro.
Lo avrebbe indossato ugualmente, non poteva consentire che un lembo di stoffa condizionasse la giornata che si era guadagnata con caparbia volontà.»

 Salvatore Fiore in un Forum, dedicato ai trasporti, narra una sua avventura curiosa mentre era in viaggio con la Cumana:
«In quegli anni ero più legato alla Ferrovia Cumana perché spesso la domenica la prendevamo per andare a Fuorigrotta da parenti.
Inoltre la utilizzavamo in estate per andare al mare a Lucrino al Lido Napoli; allora luogo frequentatissimo di napoletani, oggi non più.
La Cumana ha segnato anche la mia autonomia, la mia libertà. La prendevo da solo già a 12 anni; andavo di mattina prestissimo al Lido Napoli per prenotare la cabina, altrimenti non avremmo trovato più un buco...
Non posso mai dimenticare la graffa che mangiavo appena sceso dal treno prima di scendere in spiaggia.
Ma ancor più ricordo un episodio dell'estate del 1978.
Una mattina divenni rosso paonazzo dalla vergogna, perché il treno fermandosi bruscamente al Lido Augusto mi fece perdere l'equilibrio, mandandomi letteralmente ad abbracciare una bella vacanziera sui 30 anni. Questa molto turbata mi fece un "rimbrotto isterico" che ricordo ancora adesso a distanza di anni, con molta tenerezza.
Fu inutile giustificarmi, la donna non volle sapere scuse!
Tutti i viaggiatori della cumana poi mi presero a guardare in maniera sospetta..., come un "molestatore ferroviario".
Si, perché nei luoghi pubblici, allora come oggi, basta uno che fa una sceneggiata ad alta voce e la gente sta sempre dalla parte di chi accusa, senza sapere se l'altro ha ragione o no.
Insomma avrei voluto disintegrarmi..., avevo appena 14 anni!
Adesso nei treni succede di ben altro..., altro che queste ingenuità della fine degli anni '70.
Quando da adulto ho finalmente raccontato la cosa gli amici mi dissero:
“Salvatò... t'è piaciuta 'a signora, eh?”
Veramente era molto carina, e anche molto scollata, era in tenuta balneare con prendisole, ma allora a 14 anni si incominciava appena a uscir col naso fuori l'uscio di casa.
Adesso tiferei per una bella frenata in un treno affollato, ma mannaggia non capita mai!
Possibile che i macchinisti sono diventati tutti bravi?» [13]


Salvatore Casaburi, nel suo “Quei ragazzi sul treno chiassosi e soli”, così scrive e, debbo ammetterlo, mi riconoscono nelle sue riflessioni:
«Quando nei lunghi giorni d'estate prendo la Cumana per andare a Montesanto, non posso fare a meno di cedere, indifeso, all'invasiva e struggente malinconia che mi riporta agli anni della lontana giovinezza.
La malinconia deve essere assunta a dosi giuste. Come i farmaci, bisogna rispettarne la posologia, altrimenti fa male, può dare assuefazione, fino a determinare stravolgimenti per cui il passato, anche il più doloroso, ci appare come il migliore dei mondi possibili. Per chi racconta la sua e la vita degli altri, poi, questo rischio è ancora più forte.
La Cumana è il mio luogo dell'anima, è, come per un "flâneur" parigino dell'Ottocento, un "passage" da riscoprire a ogni transito.
La Cumana è il mio "luogo della verifica" per capire cosa è cambiato nella città. O cosa è rimasto immutato. Perciò, in questa complicata estate, non posso fare a meno di andarci, come se l'abitudinario e breve viaggio potesse rivelarmi ciò che mi sfugge nella ricognizione urbana.
I ragazzi seduti davanti a me nel vagone comunicano per "selfie", si bombardano di "selfie", si vantano dei "selfie" ricevuti. Non fanno altro per tutto il tempo del viaggio. Sono chiassosi e soli. Accumulano pixel. Perderanno presto le loro "memorie" quando non riusciranno più a governarle. Ora siamo come i giapponesi che venivano a Napoli nei primi anni Sessanta. Vediamo ma non osserviamo. Per osservare occorre lo sguardo di Ulisse, occorrono la fatica e la voglia di vivere.
La Cumana è il mio percorso d'Ulisse e anch'io, ogni volta, ho come meta rassicurante la mia Itaca.
A Montesanto, mentre il mio treno entra in stazione, la folla dei viaggiatori in attesa ha ormai invaso la banchina, impedisce a noi passeggeri in senso contrario di defluire. Spintoni, imprecazioni, qualche avvio di rissa. Altro che trascinato. La folla, presa da un'assurda frenesia, ora mi blocca [14].

Bisogna tenere integro il sottile filo che unisce il passato al presente. Cerco di capire. Mi chiedo quale oscura ragione abbia impedito ai progettisti di istallare, anche nella nuova stazione di Montesanto, le porte automatiche che, nella vicina funicolare, rendono ordinato il flusso degli utenti. Condividiamo i "selfie", non il senso civico.

a cura di Giuseppe Peluso