venerdì 25 novembre 2016

Morgana del Lago d'Averno


La Morgana avvistata nel Lago d’Averno
Una Fata tra scienza e fantasia

«Quante volte la bellissima Fata sarà apparsa sulle memorabili acque dell’Averno senza che a lei si volgesse sguardo mortale?
E se pur qualcuno la vide, nella sua incantevole fastosità, seppe esporre e dichiarare la genesi di quella fuggevole figliuola della luce?
Nessun ricordo è pervenuto sino a noi, e di questo silenzio non andremo meravigliati.
Molte dotte osservazioni e sagaci ricerche ed utili scoperte, attinenti alle scienze sperimentali, andarono del tutto smarrite per colpevole modestia o per infingardaggine dei nostri avi.»

A parlare in tal maniera è il Marchese Don Giuseppe Ruffo già Direttore della Reale Segreteria e Ministero di Stato di Casa Reale; autore di diverse memorie ed amico di puteolani quali Monsignor Carlo Maria Rosini, il canonico Andrea De Jorio, il principe di Cordiglia e il principe di Cardito.
Unitamente al vescovo Rosini, si prodiga nell’intento d’ottenere i finanziamenti atti a prosciugare il recinto del Tempio di Serapide, evitando il ristagno delle acque sospettate di contribuire all’aria malsana della zona.
Allo storico De Jorio dona una copia del suo trattato “Sopra la Fata Morgana del Lago di Averno”, oggetto del presente scritto.

Nel 1833 il marchese Ruffo sente altamente l'obbligo di contribuire ai dotti lavori della Reale Accademia delle Scienze di Napoli, di cui è socio ordinario.
Da tempo è questo un suo desiderio ma, suo malgrado, il suo animo è stato, per due lunghi lustri, rivolto tutto alla sua carica governativa; solo da poco ha trovato il tempo di dedicarsi pienamente alle scientifiche discipline che in precedenza ha seguito quanto appena gli bastasse per non perderne l'uso.

Don Giuseppe Ruffo trascorre gran parte del giornaliero riposo in uno chalet “poggiato” sopra una amena collinetta tra Pozzuoli e Montenuovo. Questo suo “casino di delizie” è di fronte alla nuova strada carrozzabile, che mena a Miliscola attraverso Baia e Bacoli, fatta costruire nel 1785 per comando di Sua Maestà il Re di Napoli Ferdinando IV per ovviare all’inconveniente della vecchia litoranea sommersa dal mare.

Alla fin fine la calma della vita privata è succeduta alle commozioni della pubblica; e già si rallegra dei frutti di quell'ozio, il quale tutt'altro suona che pigrizia.
Alla Reale Accademia, riunita in pubblico consesso nella tornata del 2 dicembre 1833 [1], Don Giuseppe presenta, e ne attira l’attenzione, un bellissimo fenomeno, noto ma raro; quello della “Fata Morgana”, non decifrato del tutto, che gli è avventurosamente capitato di ammirare, nella mattinata del precedente 31 marzo, sul vicino lago d’Averno dove si è recato con la speranza di cacciare uccelli acquatici.


«La notte del trenta marzo [scrive il nostro chiarissimo Accademico] i venti australi predominano nella Puteolana regione. Ricoverato nella beata solitudine, sotto il rustico tetto del mio Casino, io ne udivo con rispettoso raccoglimento il mugghio, che sembrava la voce minaccevole della natura sdegnata.
Ma a poco a poco si quietarono, e serena l'aurora spuntò dall'Olibano; solo qualche rada e scherzosa nuvola, fuggendo, ne velava il roseo sorgere.
Dalla mia loggia ora il mio sguardo si innamorava di quel placido e puro lume ed ora, girandolo intorno intorno, lo nutriva delle incantevoli scene di Pozzuoli, Miseno, Baia, Montenuovo, e del Gauro, un tempo folto di viti ed or selvaggio e ben chiamato Barbaro.

Commosso esclamai: Aurora, arsero un tempo questi campi di vivo ed immenso fuoco tu mescevi la tua limpida luce a quella luce sanguigna. Raffreddata la loro superficie, tu vedesti la razza umana fermarvisi, e moltiplicare rapidamente, favorita dalla soavità del cielo e dalla fertilità del terreno. Tu qui splendesti su fronti greche e romane; né la tua luce immortale invidiò quella caduca delle loro armi vincitrici e della fastosa loro grandezza.
Tu qui fosti testimone di poche antiche virtù, di sozze orgie e di molte illustri scelleratezze. Sotto i tuoi raggi Goti e Saraceni inondarono queste contrade, come torrente devastatore; e le opere colossali degli avi si trasformarono in mucchi d'infrante pietre.
Aurora, tu non muti giammai; e qui la sola bellezza della natura non cangiò del pari; ma bellezza divenuta infida e crudele, che sparge co' suoi aliti avvelenati la morte in mezzo all'estive delizie.
Aurora, tu forse rivedrai questi morbiferi laghi restituiti alla primiera salubrità; queste colline coronate di pampinosi tralci; queste pianure pingui di frutta e biade, e seminate di abituri pieni di contadini robusti, industriosi e felici.
Tu forse rivedrai questi ondosi specchi solcati da mille navigli carichi di preziose merci patrie e pellegrine; ma forse allora i miei occhi, che di te or si beano, e forse tutta la generazione che va non sentiranno mai più il tuo vivifico tocco!
Ma la Morgana, o Signori, è una fata poetica, la quale fastidisce subito le digressioni bisbetiche e sentimentali. Ella imperiosa mi sussurra agli orecchi di trasportarvi di volo sul lago di Averno e mi toglie di accennarvi la mia salita all'amenissimo Montenuovo, eruttato tre secoli addietro in men di tre dì, o di parlarvi di quel profondo e largo cratere che tutto apresi alla vista, e che somiglia l'interno di liscio caldaio.
Ubbidiamola alla cieca e senza interporre scortese indugiamento.

Il sole erasi poco dilungato dall'orizzonte, e ben quattro ore e mezzo restavagli a toccare il cerchio di meriggio, quando io scalpitava le arene del Cannito, in compagnia del colto giovine D. Michele Palazzolo.
Noi, perciocchè venuti dal Lucrino eravamo rivolti a tramontana, vaghezza di cacciare acquatici uccelli ci conduceva all'Averno; ma quale ci prese maraviglia non più trovando il lago là dove dovea pur essere! [2]

Sulle prime temei che il mio visivo senso si fosse ad un tratto scemato; ma sospingendo gli occhi per i circostanti oggetti, questi mi si offrivano quali io gli aveva cento e cento volte veduto. Perchè avvisandomi trattarsi di un'ottica illusione, veloce mi corse alla mente ed al labbro la Fata Morgana; voce che l'estasi ruppe al mio compagno e lo sbalordimento.
Che addivennero adunque le antiche ed immobili acque dell'Averno?

Elle si erano trasmutate in prati di fresca verdura, in alberi belli e diritti, in colline dolcemente chinate; e tutto ciò notante in leggiera nube di minuta polvere di argento. Null'aura intanto spirava nella bassa regione del lago, mentre al contrario nella superna gruppi di nuvoloni moveansi in giro, ora tignendosi in bianco, ed ora di colore filiginoso, con istantaneo cambiamento e leggiadrissimo contrapposto.
Immoto io contemplava la visione, temendo che si dileguasse; ma la Fata, per così dire, erasi addormita sul lago.
Sbramata quindi una mezz'ora all'incirca la curiosa mia voglia, mi diedi a conoscere ne' particolari lo stupendo fenomeno. Mi accostai quasi a toccar con mano il lago; e repente la parte a me più propinqua si disascose in lunga striscia, che l'occidentale ripa congiungeva all'altra di levante. Lucida e spianata era l'onda come terso specchio, e poichè nella successiva durava il magico rappresentamento, ed alcun che di confuso si frapponeva tra i limiti del vero e dell'ingannevole, ponte pareami quella striscia di massiccio argento sospeso arditamente sull'abisso; ponte degno della maestà della natura, ove riflessi si effigiavano al vivo, quantunque volti a ritroso, i venerandi ruderi del tempio di Apollo, i vicini poggi ed il lontanissimo romitaggio sopra Monte Santangelo.
Volevasi un altro esperimento, nè lo trasandai. Mossi da mezzodì a settentrione, tenendo la via occidentale del lago, e l'apparizione svanì, come legge naturale chiedeva, da che i miei occhi s' incontrarono negli abbaglianti raggi del sole.

Si che mi dipartii dall'incantato luogo, quale uomo che dubiti se vide desto o sognando. Innanzi che io entri colle speculazioni della fisica nella materia, giova, o Signori, al pieno suo intendimento, richiamare alla vostra memoria la più sorprendente, la più celebre Morgana dell'universo, la quale alle Due Sicilie si appartiene; quella che presentandosi di tempo in tempo ed all'improvviso nel canale di Messina, colpisce e diletta l'abitatore della Calabria, colà dove natura fu de suoi tesori larghissima donatrice.»

Al tempo dei barbari uno dei re conquistatori arriva in Calabria e si trova davanti un’isola meravigliosa con al centro una montagna che emana fumo e fuoco.
Sta meditando su come fare per raggiungerla e conquistarla, quando gli appare una bellissima donna [3] che gli dice:

“Vedo che guardi quella meravigliosa isola e ne ammiri le distese di aranci e ulivi, i dolci declivi ed il suo magico vulcano. Io posso donartela se la vuoi.”

E’ agosto, il mare è tranquillo e neppure un alito di vento turba la pace e la serenità del luogo; l’aria è tersa e limpida e davanti agli occhi del re barbaro accade uno strano fenomeno: la Sicilia è vicinissima, si possono vedere chiaramente gli alberi da frutto, il monte che vomita fuoco e perfino gli uomini che scaricano merci dalle navi.
Il re barbaro si butta in acqua sicuro di poterla raggiungere con pochi passi.
Mentre il re barbaro affoga, la fata Morgana sorride.

Ancora oggi nello stretto di Messina, ed in pochi altri luoghi a motivo di particolari condizioni atmosferiche, si verifica questo strano fenomeno di rifrazione ottica per cui, nelle giornate particolarmente terse di agosto e settembre, la Sicilia sembra vicinissima alla Calabria e se ne possono distinguere distintamente
campi, case e colline [4].


La fata Morgana, nome di origine bretone che significa “fata delle acque”, è un personaggio legato alla mitologia celtica ed è raffigurata come fluttuante e sospesa sulla superficie di fiumi e laghi [5].

La leggenda narra che, dopo aver condotto suo fratello Re Artù ai piedi dell’Etna, si trasferisce sullo stretto di Messina e qui manifesti ai marinai l’illusione di fantastici castelli galleggianti, che sembrano materializzarsi agli occhi di chi assiste al miraggio, per poi portarli alla deriva. 

L’immagine dei “miraggi” ottici, tanto rari quanto affascinanti, rispondono a precise leggi fisiche e si vedono come sospesi nell’aria; questo è il motivo per cui a questo fenomeno è dato lo stesso nome della fata che fluttua sulle acque, come in un leggiadro ballo, al fine di rapire gli uomini per farne suoi amanti. 

Il marchese don Giuseppe Ruffo, per sdebitarsi della cortesia mostrata dagli altri accademici, così termina il suo saggio:
«Meglio pregherò a mani giunte la Morgana dell'Averno a largheggiare con voi degl'innocenti suoi incantesimi, se ma; qualche bel mattino di Aprile vi attirasse su quella deliziosa piaggia. E se nell'estasi della vostra sorpresa vi sovverete che un vostro collega fu il primo a vederla e ragionarne, io chiamerò aurea, vostra mercè, la mediocrità di questo accademico saggio.»


CREDITI INTERNET



Giuseppe Peluso

venerdì 18 novembre 2016

Tragedia al Fusaro


Tragedia al Fusaro
Un Leoncino contro la Cumana

Nella tarda serata di domenica 28 aprile 1957 corre veloce una tragica notizia; due morti, tre moribondi e molti feriti in uno scontro tra un convoglio della ‘Ferrovia Cumana' ed un camion, ad un passaggio a livello nei pressi della stazione del lago Fusaro.


Come narra Gamboni, nel suo bell’articolo “Quel Treno per Cuma” [1], anche se denominata ‘Ferrovia Cumana’ in realtà la linea non arriva a Cuma ma ha una fermata a ‘Cuma-Fusaro’; alquanto distante dalla dimora della Sibilla, la somma sacerdotessa di Apollo.
Fino a tutti gli anni ’30 è questa una elegante stazione molto frequentata da turisti per i quali è facile raggiungere a piedi l’euboica rupe o i numerosi ristoranti e taverne meta di “ottobrate” e di scampagnate fuori porta [2].


Con la realizzazione della ‘Ferrovia Circumflegrea’ e la costruzione, su quest’ultima linea, della stazione ‘Cuma’, la vecchia fermata della ‘Ferrovia Cumana’ perde il doppio nominativo e, nel gergo comune, resta nota solo come ‘Fusaro’.

Ancora nei primi anni ’90 un inserto della rivista ‘Mondo Ferroviario’ riporta una foto di questa stazione e la sua didascalia così recita:
“La pittoresca stazione di Fusaro/Cuma accoglie un locale Torregaveta-Napoli con in composizione l’ET 103a” [3].

Ma già pochi anni dopo, nel 2011, il ‘Corriere Flegreo’ con un articolo di Annarita Costagliola, riferisce che i cittadini considerano fatiscente, e inadeguata alle esigenze della utenza, la stazione di ‘Fusaro’ della ‘Ferrovia Cumana’; con edificio e chiosco vetrato in totale abbandono [4].

Ma questa è altra storia. Giusto ritornare alla tragedia segnalata.
Prima c’è però da ricordare che all’epoca nelle adiacenze della stazione ‘Fusaro’ c’era un passaggio a livello che congiungeva l’attuale Piazza Gioacchino Rossini con via Giulio Cesare; e questo riduceva sensibilmente il percorso stradale tra Torregaveta e Cuma. Passaggio a livello che si trovava nell’area che si nota in fondo all’allegata foto [5].


Ritornando all’incidente le notizie immediate di quella tragica domenica raccontano che il camion (un FIAT ‘Leoncino targato’ NA 98351), sbucato a tutta velocità da una curva, è piombato sulla strada ferrata dopo aver travolto una ‘Lambretta’, in attesa del segnale di via libera, e dopo aver divelto le sbarre del passaggio a livello.
Il sinistro provoca la morte di due ragazze ed il ferimento di diciassette persone di cui tre sono in fin di vita; solo sette leggeri feriti sono dimessi dagli ospedali dopo le medicazioni.
Il 27enne autista del ‘Leoncino’, Gennaro Tafuri, seppur ferito si è dato alla fuga appena liberatosi dai rottami in cui il violento cozzo ha trasformato il suo automezzo.

Dalla sommaria visione dell’incidente la responsabilità sembra ricadere proprio sul conducente che, diretto a Mugnano, da qualche chilometro ha ingaggiato una tacita sfida col macchinista del treno procedendo sulla carrozzabile parallela alla strada ferrata.
Nei pressi del Fusaro il Tafuri ha imboccato a fortissima velocità la curva che porta al passaggio a livello e deve aver pensato, forse alquanto brillo, di poter transitare prima del treno lanciandosi a tutta velocità e andando a cozzare contro le sbarre del passaggio a livello la cui esistenza deve aver dimenticato. Prima però ha travolto la ‘Lambretta’ in sosta sulla quale sono il medico 32enne Gino Aroma e la sua fidanzata, la 26enne Anna Giannone.
Anche il casellante Giuseppe Odierno è investito dall’automezzo che si è trovato sulle rotaie nell’attimo in cui dalla curva sbuca il treno proveniente da Torregaveta.
Il ‘Leoncino’ è proiettato in aria fuori della strada ferrata mentre il convoglio va ad arrestarsi più avanti, proprio dove inizia lo scambio, senza però deragliare [6].


Sull’autocarro viaggiano diciassette persone delle quali solo il piccolo Erminio Salzano di 2 anni esce incolume. Nella cabina, oltre il conducente, ci sono i suoi genitori Nicola Tafuri di 58 anni e Maria Di Stasio di 56 anni; sua zia Elena Di Stasio di 47 anni, la nipotina Maria Tafuri di 18 mesi ed il nipotino Erminio. Le suddette due sorelle Di Stasio, in fini di vita, sono trasportate prima alla clinica ‘Villa Bianca’ di Pozzuoli e poi trasferite all’ospedale’ Loreto’ di Napoli.
Nell’interno del cassone dell’automezzo si trovano altre undici persone, quasi tutte di età inferiore ai venti anni e componenti delle famiglie Tafuri e Di Stasio, recatesi in gita insieme con alcuni altri amici.
Le cugine Anna Di Stasio di 18 anni e la 16enne Elena Tafuri, sorella del conducente, sono morte all’istante mentre la 23enne Rosa di Stasio è stata trasportata in gravissime condizioni all’Ospedale Civile di Pozzuoli.

C’è subito una attenta inchiesta da parte della Polizia Stradale e dei Carabinieri, che intanto ricercano il latitante conducente. Si accerta che nessuna responsabilità è da attribuirsi alla ‘Ferrovia Cumana’ in quanto il passaggio a livello era regolarmente custodito da una casellante, Luisa Odierno, che ha abbassato la sbarra mentre suo fratello Giuseppe Odierno, di 29 anni, faceva le segnalazioni col fanalino rosso; tanto che anch’egli è rimasto ferito nell’incidente.
Il convoglio della Cumana trainato dalla elettromotrice ‘E6’ guidata da Nicola D’Alessio, treno numero 193 partito da Torregaveta alle 19.30, giungeva al passaggio a livello alle 19.40 a velocità moderata quando si era trovato la strada sbarrata dal camion. Ha subito frenato ma non ha potuto fare a meno di agganciare, con il respingente destro, un parafango della ruota anteriore sinistra del ‘Leoncino’ trascinandolo quindi per circa trenta metri prima di arrestarsi quasi in stazione [7].

Il camion si ribaltava sul lato destro, con la cabina di guida sfondata, e tutti i suoi occupanti si rovesciavano a terra fra i rottami ed in mezzo a una confusione di piatti rotti e di cestini portavivande; ovvero i residui della gita che la sventurata comitiva si era recata a fare ad Ischitella [8].

Ma come mai il conducente del ‘Leoncino’ non si era fermato a tempo?
Anche se sembra assurdo era da escludersi subito che si trattasse di imperizia dell’autista, esperto di quella strada che percorreva ogni notte per il suo mestiere. Dall’interrogatorio dei carabinieri, agli occupanti meno gravemente feriti, s’è appurato la seguente storia.
Erano stati a fare una scampagnata ad Ischitella e poi di là erano andati a Torregaveta dove si erano fermati nel locale di un fornitore del Tafuri a far colazione. Avevano consumato sei birre, particolare importante se si pensa che erano diciotto persone; quindi non è possibile che il Tafuri fosse ubriaco.
Sulla via del ritorno, che costeggia la strada ferrata, Tafuri aveva forzato l’andatura e quando sbucando dalla curva si accorse del passaggio a livello chiuso, tentò di frenare ma gli uscì un grido dalla gola:
“Uh’ Madonna, non frena”.
La strada era in leggera discesa e pochi metri lo separavano dalla sbarra chiusa. Tentò di azionare il freno a mano ma questo si sballò ed allora il camion andò a sbattere sulla ‘Lambretta’ del dott. Aroma, che era ferma in attesa dinanzi al passaggio a livello; la travolse e quindi proseguì oltre la sbarra spezzandola, fino a urtare proprio contro il treno che in quel momento stava sopraggiungendo [9].

Subito dopo l’incidente il Tafuri, forse in preda allo choc, scappa per non vedere quello che in un primo momento deve essere apparsa una strage: “tutti i suoi familiari più cari uccisi.”
Ma lo stato delle indagini fa ritenere che le responsabilità del Tafuri siano minime; l’aver sovraccaricato il camion, il non aver forse controllato sufficientemente i freni, ed altre piccole cose.
Ma certamente non era ubriaco ne volle lanciarsi a corsa pazza; furono i freni che lo tradirono.

Nell’insieme una tragica fatalità.


N.B. - Cronologia principale da L'Unità del 29 e del 30 aprile 1957

Si ringrazia l'Archivio Carbone che gentilmente ha fornito le foto relative all'incidente.
Ricordiamo che l'Archivio Carbone, con i suoi oltre 500mila negativi rischia d'andar distrutto (o disperso), pertanto il progetto del suo salvataggio necessita dell'aiuto di tutti noi: 

https://www.eppela.com/it/projects/11092-archivio-carbone/


Giuseppe Peluso

venerdì 11 novembre 2016

Andalù, portalo via


“Andalù, portalo via”
Dalla Mostra d’Oltremare alla Televisione

Nel maggio del 1940 è inaugurata la Mostra d’Oltremare [1], pensata per propagandare ed esaltare l'opera del governo fascista nelle nostre colonie. Per questa manifestazione sono condotti a Napoli qualche centinaio di Ascari e graduati di colore, in rappresentanza di tutti i vari corpi armati coloniali operanti nell'Africa Settentrionale e nell’Africa Orientale Italiana.
Questi ascari sono scelti specificamente tra tutte le etnie e religioni sia della Libia che del corno d'Africa e tra loro ci sono anche qualche yemenita e sudanese volontario nel RCTC (Regio Corpo Truppe Coloniali). I soldati sono accompagnati dalle rispettive famiglie, oltre che da sacerdoti indigeni di religione cattolica, copta e islamica, che celebrano i culti in una apposita cappella-moschea all' interno della Mostra. Questa piccola comunità, del tutto autonoma (compresi anche le loro donne, vecchi e bambini) può essere calcolata all'incirca tra i 600 ed i 700 elementi.

I militari prestano a turno servizio d'ordine nei locali della mostra e compongono il picchetto d'onore per le autorità in visita [2]. 

Quelli liberi dal servizio vestono abiti tradizionali ed insieme ai familiari animano un grande diorama a grandezza naturale composto di tre villaggi di tukul, eretti in una "foresta africana" ricostruita trapiantando a Napoli centinaia di alberi provenienti dall'Africa.
Ogni giorno i "cacciatori indigeni" simulano una battuta di caccia al leopardo fino a spingerlo in una trappola, appositamente costruita, sotto gli occhi degli ammirati visitatori. Naturalmente il leopardo, addomesticato e ipernutrito non viene ucciso perché deve "recitare" anche il giorno dopo.

La scelta di ascari "possibilmente sposati e con prole" è fatta per evitare quanto accaduto in occasione della grande parata dell'Impero nel 1937, quando gli africani in libera uscita a Roma, disinteressati ai monumenti, chiedevano ai passanti dove fosse il bordello più vicino, per fare "Niki Niki" con la donna bianca. In questo intervallo di tempo sono state emanate le leggi razziali ed è essenziale evitare problemi di questo genere.
La mostra viene inaugurata dal ministro dell'Africa Italiana Teruzzi, accolto dal picchetto degli agenti nazionali e dagli ascari della PAI (Polizia Africa Italiana), alla presenza di alcune decine di capi tribali e religiosi in abiti variopinti. Questi ultimi sono giunti, in piroscafo ed in I° classe, appositamente per solennizzare l'avvenimento.

Nel frattempo, il 10 giugno dello stesso 1940, è dichiarata la guerra e la rapida caduta dell'Impero fa sfumare la prospettiva di un rimpatrio per la maggior parte di questa gente; le autorità devono decidere cosa fare di loro.
Praticamente restano tutti a Napoli, sede del Deposito Centrale Truppe Coloniali, limitandosi a svolgere servizi di guardia e d'istituto presso i locali comandi dei rispettivi corpi d'appartenenza. Solo la PAI, per sua stessa natura, tenta un impiego più operativo dei "suoi africani”, aggregando gli eritrei islamici ad un reparto autoblindo che opera in Africa Settentrionale nel 1942 (giudicandoli compatibili per lingua, cultura e religione con gli ascari PAI libici e la popolazione locale). Costoro continuano a combattere fin quando le truppe italiane in ritirata verso la Tunisia congedano i militari libici prima di varcare la frontiera.
Quelli rimasti a Napoli sono inevitabilmente coinvolti dalla vita quotidiana degli italiani e si integrano sotto vari aspetti [3]. 

Bambini e ragazzi fanno studi regolari (avviamento professionale) ed entrano nelle varie organizzazioni dell'ONB/GIL Opera Nazionale Balilla/Gioventù Italiana del Littorio); le donne iniziano a lavorare come domestiche, le infermiere della CRI tengono un corso di istruzione sanitaria per le ragazze finalizzato al lavoro negli ospedali.
Intanto già dal 1940 Cinecittà ha messo gli occhi su di loro, pertanto in molti partecipano come generici e comparse negli studi di Cinecittà in numerosissimi film, non solo di guerra o di propaganda, ma anche comici e di avventura, alcuni oggi poco conosciuti.

Certo è che gli ascari non sono congedati prima della fine delle ostilità e molti di essi partecipano alla guerra di liberazione come attendenti di qualche ufficiale, o in qualche reparto di servizi del Regno del Sud.
All'inizio degli anni '50 il Ministero dell’Africa Italiana (in via di smantellamento) ha un proprio "Reparto Militari Coloniali Nativi dell’Africa Italiana", con in organico militari definiti come "Soldati Eritrei", o altro a seconda della nazionalità d'origine; nel 1948 è ancora in servizio anche il 1° Capitano Libico Khalifa Khaled.

L’ascaro eritreo Andalù Ghezzali, nel corso della guerra di liberazione, si ritrova a svolgere il compito di attendente di un maggiore del CIL (Comitato Italiano Liberazione).
Al termine delle ostilità resta in Italia al seguito dell'ufficiale e nei primi anni 50 il suo destino va ad incrociarsi con quello di Angelo Lombardi [4] ed insieme diventano famosi personaggi della nascente televisione italiana.

Angelo Lombardi, nato a Genova nel 1910, nell’anno 1933 si sposta in Somalia, dove a Merca un fratello ha un’azienda per la coltivazione delle banane. Lui dovrebbe piantare cocchi ma è troppo impaziente per attendere i cinque anni della loro crescita, così inizia a lavorare al censimento della fauna nel deserto della Dancalia ed è qui che inizia l’attività di cacciatore di belve al seguito dello zoologo tedesco Karl Hagenbeck.
Ben presto la sua curiosità e sensibilità nei confronti degli animali esotici lo spinge a smettere di cacciarli per ucciderli e a dedicarsi piuttosto alla conoscenza delle loro abitudini e della loro vita. In breve Lombardi diventa uno dei maggiori fornitori di animali per i parchi zoologici d'Europa ed apre un suo giardino zoologico privato a Salsomaggiore.
La sua familiarità con gli animali gli procura le prime collaborazioni con l'industria cinematografica come consulente di scena o come scenografo in parti dove necessitano presenze di animali. Nel film “La corona di ferro”, diretto da Alessandro Blasetti nel 1941, esordisce come controfigura di Massimo Girotti per girare la scena in cui il protagonista si trova nella fossa dei leoni.
Dopo la guerra viene incaricato di ricostruire lo zoo di Napoli, devastato dai bombardamenti alleati e dalle razzie che non hanno risparmiato gli animali. Intanto continua a lavorare nel cinema, dapprima come collaboratore di Blasetti ed in seguito prestando la sua opera di consulente anche per produzioni statunitensi, tra le quali si ricordano “Ben Hur”, “Cleopatra” e “La Bibbia”. In quest'ultimo film Lombardi riesce a coordinare sul set la presenza di oltre milleottocento animali appartenenti a diverse specie.

Nel 1954 Sergio Pugliese, storico direttore dei programmi della neonata Rai, convoca Lombardi per un provino. L'emozione di trovarsi di fronte a una telecamera lo blocca; la situazione si risolve quando il figlio Guido gli passa una iguana, ora si ritrova a suo agio.
Il 7 febbraio del 1956 appare per la prima volta in televisione, in una propria trasmissione, “L’amico degli animali”, andata in onda per circa ottanta puntate, non continuative, fino al 1964.
Lombardi, sempre con un animale in braccio, è accanto a Bianca Maria Piccinino; al suo inseparabile collaboratore, l’ormai ex ascaro Andalù Ghezzali; ed alla scimmia Cita [5].

Agli amici dei miei amici, come solennizza Lombardi, vengono ogni sera svelate le infinite presenze di vita sulla terra, arricchite da aneddoti, filmati e curiosità.
La trasmissione ha subito un grandissimo successo fra tutti i telespettatori e Lombardi diventa una delle più popolari figure della televisione, uno dei primi divi del piccolo schermo, un divulgatore ante litteram, l'uomo che porta l'etologia agli stessi livelli di popolarità dei quiz.  
Celebre diventa la frase con cui apre il programma: «Amici dei miei amici, buonasera...», e poi l'altra: «Non mi vedrete, ma sentirete la mia voce!»
La sua figura massiccia, racchiusa in una classica sahariana, denuncia il suo passato da esploratore e da colonizzatore [6].

Questo legame coloniale è rafforzato dalla presenza dell'ascaro Andalù, un eritreo che gli fa da assistente e che contribuisce al successo della trasmissione [7].

Andalu' appare tranquillo nel ruolo che la televisione in bianco e nero gli affida. E’ un valletto, certamente non raccomandato, che aiuta il nostro etologo a portare e sostituire gli animali sul proscenio. Il professor Lombardi esibisce un animale poi, terminata la presentazione, o prima quando si accorge che l’animale sta diventando aggressivo perché innervosito dalle luci e dalle telecamere, dice al fido assistente:
"Andalu', portalo via".
Il valletto, con calma lo porta via ed introduce via via altri animali.

Questa frase, ancor più della celebre precedente, diventa subito proverbiale; diventa un popolarissimo tormentone che finisce coll’acquistare un significato più ampio.
Sulla bocca di tutti diventa un modo per liberarsi delle persone moleste e petulanti; ancora oggi, per far smettere chi ci sta vicino dal suo personale sproloquio, usiamo dire:

«Andalù, portalo via»

Giuseppe Peluso

lunedì 17 ottobre 2016

Pozzuoli vs Besiktas


Pozzuoli vs Besiktas
Una partita vinta dai puteolani contro i Turchi


Tutti si chiederanno: «cosa c’entra Pozzuoli con Besiktas?»
Un legame c’è con Napoli, per i prossimi due incontri di calcio in “Champion League”, ma con Pozzuoli?

Eppure questo legame c’è e si chiama Barbarossa, il pirata turco.


Khayr al-Dīn [1], detto Ariadeno Barbarossa e conosciuto anche come Haradin, nasce da una famiglia greca di Mitilene nel 1465 circa.
Barbarossa, dal colore della sua folta barba, è stato un corsaro, Bey di Algeri, governatore di tutto il nord Africa, ammiraglio della flotta ottomana.
Fin dalla gioventù con i fratelli Elias e Arug esercita la guerra di corsa nell'Egeo finché la flotta dei Cavalieri di Rodi pone fine alla sua attività quando, in un combattimento del 1518 al largo dell'isola di Creta, cade ucciso il fratello Elias e lui ed Arug sono fatti prigionieri.
Viene poi liberato e la sua fortuna comincia quando, sotto la guida di Arug, si porta sulle coste della Barberia; si stabiliscono nell'isola di Gerba e, messosi in buoni rapporti con il sultano di Tunisi, ottengono di servirsi del porto di Goletta. Da qui spadroneggiano sul tratto di costa da Tripoli a Tangeri e si spingono a depredare l’intero Mediterraneo occidentale.

Quando nel 1518 Arug è sconfitto e ucciso dagli spagnoli, è un momento di tragedia e di lutto per la famiglia. Khayr al-Din dopo averlo atteso invano assume il comando della flotta e si proclama Bey di Algeri.

Il Barbarossa sa che Selim I° [2], sultano di Costantinopoli, è impegnato nella conquista della Siria e dell’Egitto, e non può occuparsi di questi territori.
Selim, infatti, lo ringrazia e lo nomina suo governatore. Khair al-Din ottiene così la protezione della potenza ottomana e di fatto, ricevendo il titolo di Beylerbey (governatore), il riconoscimento della potestà personale sulle province del nord Africa da lui conquistate. 

Khayr al-Dīn diventa letteralmente il terrore del Mediterraneo, devasta intere coste di questo bacino, soprattutto in Calabria, Liguria e Andalusia, e tutto questo con il beneplacito del suo nuovo sovrano Solimano [3], figlio di Selim.

Le sue numerose gesta e le sue imprese temerarie lo rendono famoso e la sua importanza cresce sempre di più anche grazie alle sue abilità come comandante. Infatti dopo il 1533 comincia la “seconda fase” della sua vita, perché diventa l’indiscusso ammiraglio della flotta ottomana.

Le razzie e le incursioni del pirata Barbarossa continuano anche con la sua nuova nomina; continua a devastare e saccheggiare tutte le coste e le isole del Mediterraneo.
La tecnica è sempre la stessa da quando la prima volta minacciò l’antica Antalia; già in quella occasione, prima di assalirla, inviò una ambasceria con la richiesta di resa che così suonava: «Adalia, stiamo arrivando».
Se la cittadina non si arrende è attaccata e turbe feroci si precipitano dovunque, commettendo ogni sorta di nefandezze, di ruberie e di atti inumani. Tutte le case sono spogliate, e molte di esse sono ridotte a mucchi di pietre dalla ferocia dei turchi. Nulla riesce a frenare la furia devastatrice degli assalitori, non le chiese, non le immagini sacre che sono calpestate.
Ovviamente le sue scorrerie destano reazioni da parte dei potenti dell’epoca, in special modo della Spagna e della Repubblica di Genova il cui ammiraglio, Andrea Doria, è uno dei suoi più acerrimi rivali; i due si scontrano più volte in mare, con alterne fortune.

Nel 1543 un fatto nuovo porta costernazione nel mondo cristiano, Kayr al-Din si allea, per conto del Sultano, con la cattolicissima Francia di Francesco I per combattere contro Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero, Re di Spagna, Re di Napoli, Re di Sardegna, Re di Sicilia, Duca di Borgogna.
Mentre con oltre 100 galee naviga alla volta di Marsiglia, Khair al-Din assale Reggio Calabria dove rapisce un’avvenente fanciulla diciottenne, Dona Maria, figlia di un governatore spagnolo, e la sposa. Assale poi Gaeta, devasta le coste romane e toscane, e infine contribuisce alla riconquista di Nizza per conto del re di Francia.
Il Barbarossa sverna a Tolone dopo di che il re Francesco I, ravvedutosi della scandalosa lega con questi infedeli che gli ha fruttato soltanto immense spese e l'odio dei popoli cristiani, nella primavera del 1544 lo rimanda in Oriente, consegnandogli molti doni.

Spinto dalla sua indole, il re dei pirati pensa di compiere, anche durante il viaggio di ritorno, azioni di forza onde trarre da esse il maggiore bottino possibile. Lungo la rotta saccheggia l’isola d’Elba e Talamone; tra i deportati vi è anche Margherita Nanni Marsili, una donna di Siena sorpresa sulla spiaggia vicino Talamone. Costei sposerà più tardi l'imperatore turco, e secondo la leggenda spingerà quest'ultimo a far uccidere il figlio di una sua concubina per assicurare la successione al loro primogenito.
Di seguito Barbarossa occupa Porto Ercole e l’isola del Giglio; la prima località si arrende e gli concede 30 uomini in cambio della promessa di risparmiare la città. Nonostante la promessa fatta i 30 uomini vengono messi in catene, il castello messo a sacco e la città data alle fiamme. Nell’isola del Giglio non vi resta intatta che una sola casa dopo un incendio durato 3 giorni; Ariadeno cattura 632 prigionieri e fa decapitare tutti i notabili del paese, fra cui sindaco, notaio e parroco.
Barbarossa riprende la rotta lungo la quale assale con forza Civitavecchia, ma Leone Strozzi, che lo affianca con le galee francesi, lo convince ad abbandonare l’impresa.
Ripresa la navigazione, nella notte del 22 giugno assale e depreda l’isola d’Ischia traendone oltre 2.000 prigionieri e trucidando gran parte dei restanti abitanti.
L’attacco ad Ischia è programmato in modo da essere infallibile e fatale; si avvicina di notte con la sua flotta alle coste e sbarca in diversi punti per assalire contemporaneamente Forio, Panza, i casali di Serrara, Fontana, Moropano, Barano e Testaccio. L’azione, fulminea e brutale, non lascia scampo agli isolani, sorpresi nel sonno. I pirati seminano terrore, morte e distruzione; migliaia di uomini sono resi schiavi, i giovani di entrambi i sessi sono rapiti per essere venduti negli harem, i vecchi e i bambini uccisi, mentre le campagne sono devastate con incendi e saccheggi.

Da Ischia passa a Procida che trova quasi vuota perché i suoi residenti, a conoscenza di quanto accaduto sull’isola sorella, sono fuggiti sulla terraferma. Comunque i corsari distruggono e rapinano tutto quanto di utile trovano sulla piccola isola.

Dopo i turchi, che ora possiedono oltre 140 navi da guerra e da carico, fingono di dirigere al largo sia perché trenta galee vicereali vigilano a difesa di Napoli, nella rada di Nisida, sia perchè non è loro abitudine assalire le grandi città.

Ma il 24 giugno ricompaiono a Pozzuoli [4] e con le intimidazioni tentano di farla desistere o quantomeno far allontanare i suoi abitanti; a questo scopo sbarcano una ambasceria che riferisce: “Pozzuoli, stiamo arrivando”.

E’ costume del corsaro turco attaccare piccoli borghi costieri poco difesi e compiervi stragi, trarre schiavi e distruggere col fuoco tutto quanto non sia asportabile. In questo modo riesce ad atterrire le altre vicine cittadine che spesso, per non subire lo stesso crudele trattamento, o abbandonano le case minacciate (come successo a Procida) o, senza opporre resistenza, s’arrendono con la disponibilità a pagare tangenti e riscatti.

I puteolani, da poco rientrati dopo i tragici eventi vulcanici di Montenuovo del 1538, pur conoscendo per fama la crudeltà del Barbarossa, appena vedono avvicinarsi il terribile pirata, confidando nella città difesa dalle mura e dalla natura, si ritirano tutti entro il fortificato castro (Rione Terra).
E’ antica consuetudine che in caso di pericolo le città vicine si aiutino fra loro con l'inviare soccorsi di uomini armati e viveri. Da Napoli accorre numeroso popolo ed i puteolani sono fiduciosi di potere sostenere un lungo assedio.
La rocca, entro la quale è racchiusa la città propriamente detta, sorge sopra una rupe scoscesa bagnata da più parti dal mare e protetta da muraglie, bastioni e torrioni sull’allora breve tratto terrestre [5].

Tutto questo rende difficile espugnarla e su questa rupe è possibile entrare da una sola strada che può essere guardata da poche persone ed il cui accesso alla fortezza è costituito da un alto e irraggiungibile ponte levatoio.

Ai piedi di questa rupe si trova un piccolo borgo, all’epoca non molto abitato, che, al primo sentore dell'avvicinarsi dei turchi, è abbandonato dagli abitanti i quali corrono a rinchiudersi entro le mura.
E’ vagliata la opportunità di inviare in Napoli tutte le donne, i bambini e gli inadatti alle armi, sia per toglierli dal pericolo sia per alleggerire il peso del vettovagliamento necessario per affrontare un eventuale lungo assedio.
Ma le donne puteolane, degne discendenti di quella Maria (coraggiosa guerriera vissuta al tempo degli Angioini) che già difese Pozzuoli dai pirati saraceni, non intendono abbandonare le loro ritrovate dimore appena riparate dalla devastatrice furia tellurica e vulcanica. Inoltre tutti confidano nella presenza di grotte, pozzi e cunicoli a mezzo dei quali è possibile ricevere vettovaglie e armi dal mare e dalla campagna.
Ariadeno Barbarossa, vista la l’intenzione dei puteolani di mettere in atto una tenace resistenza, il giorno dopo (25 giugno) fa sbarcare il grosso delle sue truppe sulla costa ai piedi della Starza dando via all’assalto verso le mura che la popolazione si accinge a proteggere con eroismo.
Nel frattempo ai difensori si sono aggiunti mille cavalieri (spagnoli e napoletani) che il Vicerè Don Pedro di Toledo [6] ha condotto con se dalla vicina capitale.


E’ così Pozzuoli riesce a frustare le speranze del Barbarossa che, caso raro nella sua lunga e sanguinaria carriera, non ottiene alcuna preda e bottino.
Pochissime sono le vittime tra i difensori; le cronache spagnole parlano solo di loro connazionali, un capitano dentro le mura e un altro soldato sulla spiaggia. Il Barbarossa è un condottiero molto pratico, non tenta un’impresa se non è sicuro di poterla portare a termine con successo. Pertanto prende la decisione di allontanarsi e dirige l’armata nemica verso il Castello di Baia; ma anche lì i tentativi di incursione e rapina riescono vani.
Quindi, fallito ogni possibile saccheggio, sulla terraferma Flegrea, riprende la navigazione nel corso della quale si racconta del suo tentativo di depredare Salerno; ma, secondo la leggenda, una tempesta scatenata da San Matteo disperde la sua flotta che poi assale e conquista l’isola di Lipari.

Il Barbarossa riprende il suo viaggio e il suo rientro a Costantinopoli è un vero trionfo, porta in Oriente migliaia di schiavi cristiani ed un ricco bottino; è acclamato “re del mare” e per merito suo la potenza ottomana si impone su tutto il Mediterraneo. 
La “carriera” del pirata prosegue e Khayr al-Dīn continua fino alla fine a mettere a ferro e fuoco i Paesi del Mediterraneo finchè, il 5 luglio del 1546, una violenta febbre gialla” lo uccide all’età di 81 anni.

Un imponente mausoleo [7] costruito a Besiktas a nord di Costantinopoli, sulla riva europea del Bosforo, ricorda a tutti la storia e le imprese del “protettore dell’Islam”. I Turchi, e non solo loro, ne tramandano le gesta ed il suo spirito indomito aleggia ancora sul Mediterraneo.

Oggi Besiktas è un quartiere della grande Istanbul ed ospita la gloriosa squadra di calcio “Beşiktaş Jimnastik Kulübü”, fondata nel 1903.
Oltre 2000 suoi tifosi, troppi, carichi, e molto “vivaci”, s’apprestano a seguirla per l’incontro allo stadio San Paolo.
Sui portali dei suoi “ultras” sono apparsi incitamenti e foto con striscioni che riportano frasi come: 
"We are coming, Napoli" [8].

“Napoli, stiamo arrivando”.


Giuseppe Peluso

domenica 4 settembre 2016

La città di Arco Felice



La città di Arco Felice
Fondata nel 1890 e battezzata nel 1919

Wikipedia, la famosa enciclopedia online a contenuto libero, collaborativa, multilingue e gratuita, così definisce Arco Felice:

“E’ un quartiere di Pozzuoli con circa 10.000 abitanti, confinante con il comune di Bacoli. Il suo nome deriva dal vecchio Arco Felice, un'ampia porta all'antica città di Cuma, costruita nel I secolo dall'imperatore Domiziano, seppure essa non si trovi nelle immediate vicinanze della frazione abitata.
Si distingue da altri quartieri di Pozzuoli per essere quasi autonomo. Nel suo territorio vi sono infatti un ufficio postale, una circoscrizione comunale, varie scuole elementari e medie (inferiori e superiori) oltre ad un alto numero di attività commerciali. Ampia è la presenza di luoghi di ritrovo: bar, ristoranti, pub e pizzerie che nel fine settimana richiamano un notevole afflusso di giovani da tutta la provincia. È servita dalla Ferrovia Cumana che la collega in circa 4 minuti al centro storico di Pozzuoli, oltre che da varie linee di autobus urbane ed extraurbane. Ad Arco Felice termina il percorso della Tangenziale di Napoli con l'uscita numero 14. Dopo di essa la strada prosegue come Strada Statale 7 quater Domiziana.
Il quartiere di Arco Felice è famoso poiché si trova non lontano dal Lago d’Averno, considerato nell'antichità l'ingresso agli Inferi; la cosiddetta Grotta della Sibilla; l'Oasi naturalistica del Monte Nuovo; lo Stadio "Domenico Conte". Oggi la sua notorietà è dovuta anche agli stabilimenti balneari, molto frequentati durante i mesi estivi, seppure in tono minore rispetto al passato.”

In questa definizione nessun accenno è riservato alla recente fondazione di Arco Felice [1], o meglio invenzione, da parte della Cumana; e per cumana non si intende l’omonima Sibilla, ma la ferrovia che porta questo stesso nome.

In Italia è nel mondo sono numerosi i casi in cui una stazione ferroviaria concorre a rinominare un territorio in precedenza conosciuto con altro appellativo, specie se precedentemente disabitato.
La maggior parte delle circostanze riguarda le stazioni, quasi sempre poste a valle o lungo la costa, di centri abitati che sorgono su alture non direttamente raggiungibili dalla strada ferrata.
Pertanto attorno alle relative stazioni sono sorti grossi agglomerati che hanno preso il nome di scalo, ad esempio Vairano Scalo, Orvieto Scalo, etc..

Sulla linea della Ferrovia Cumana, fin dalle origini, persistono due tipici casi.
Il primo è relativo alla stazione creata tra Bagnoli e Fuorigrotta in località "Ponte Lungo", dal nome del ponte che permetteva alla via Regia d'oltrepassare un alveo che, proveniente dalle colline che circondano la Conca di Agnano, fluiva verso il mare.
Questa fermata, per motivi turistici, è nominata “Agnano Terme” ed è realizzata nel punto in cui la strada ferrata passa vicino alle numerose terme esistenti.
Così esse possono essere facilmente raggiunte dalla sempre più numerosa clientela che, dalla seconda metà dell’ottocento, si reca a fare le “acque”.
Col tempo anche i dintorni della stazione, che comunque insiste sul quartiere urbano di Bagnoli, sono assimilati al Territorio di “Agnano”; come dimostrano cartoline e dépliant che così identificano la zona [2].

Il secondo caso, oggetto di queste righe, riguarda la stazione di Arco Felice; una fermata creata dalla cumana sin dall’inizio dell’esercizio ferroviario nel 1890. All’epoca una cattedrale nel deserto, circondata dal nulla [3].

La stazione è costruita, dove ancora oggi si trova, al termine del grande Cantiere Armstrong; in prossimità di un area che si spera poter destinare ad ulteriori insediamenti industriali.
Purtroppo per circa trent’anni non ci sono sviluppi in tal senso e solo nel 1918, grazie alle facilitazioni ottenute per investimenti bellici, la signorina De Sanna (figlia del defunto comm. Roberto, industriale, finanziere e mecenate) costruisce un grande Cantiere Navale proprio ai confini della Armstrong.
Al termine del conflitto la mancanza di commesse è fatale per questo cantiere, come per la stessa Armstrong e per l’ILVA di Bagnoli.

Per questa stazione [4] sono proposte varie denominazioni: Balipedio (perché vicinissima al poligono di prova delle artiglierie); Bambinella (perché adiacente alla omonima punta); Cuma (perché sulla strada che tutti percorrono per raggiungere la rocca euboica).

Poi si decide di battezzare Fusaro-Cuma la stazione adiacente alla casina Vanvitelliana, che giustamente è più vicina alla rocca; pertanto per la nostra stazione si fa qualche passo indietro e la si denomina, sempre per attirare flussi turistici, col nome di Arco Felice.
E’ la prima volta che questa parola compare in questa zona ed è lo stesso termine con cui è conosciuto un maestoso monumento, all’epoca cadente nel territorio di Baia [5], posto fra i monti Euboici in mezzo di una stretta valle sotto di cui passa la via Domiziana; la porta di accesso all’antica città greca.

Naturalmente per il Territorio è una denominazione del tutto nuova; in genere è riconosciuto come Punta Caruso, Villa di Cicerone o Punta Bambinella; il Dubois ancora ai primi del novecento nomina la zona come Bamminella [6].

In nessun vecchio testo riscontriamo la denominazione Arco Felice per questa zona che, in linea d’aria, dista oltre tre Km e mezzo dalla porta da cui prende nome. I Km diventano quattro percorrendo le strette cupe dell’epoca che seguono due ben distinti tracciati: quello dei Laghi e delle Mofete [7],

oppure quello di Taiano e della Schiana [8].

Entrambi attraversano due piccole comunità contadine ben riconoscibili; quella di Lucrino che si raccoglie attorno alla Cappella di San Filippo e gravita nell’orbita del Casale di Baia (ancora comune di Pozzuoli fino al 1919) e quella di Taiano che si raccoglie attorno alla cappella di S. Antonio Abate e gravita nell’orbita del Casale di Torre S. Chiara.
Praticamente la nuova Arco Felice, oltre ad essere distante dal monumento da cui prende nome, è da esso separato da altre comunità che di già hanno autonome e consolidate tradizioni.

Il Mazzella, nel suo “Antichità della Citta di Pozzuolo” del 1591, scrive che nella piana che dal Monte Barbaro va a mezzogiorno verso il mare, a tramontana va fino al Lago d’Averno, da ponente va al Sudatorio e da oriente va alle stesse falde del Barbaro, sorge un monte detto dai paesani “Nuovo”, che fù fatto in un giorno e una notte e questa stessa piana il Mazzella la chiama “Della Montagna Nuova” [9].

Il Sarnelli, nella sua “Guida dei Forestieri di Pozzuoli” del 1709, scrive che da Pozzuoli fino al Lago d’Averno non si vede altro che i luoghi ove furono la Villa di Cicerone, gli Horti di Cluvio, di Pilio e di Lentolo.

Il Palatino, nella sua “Storia di Pozzuoli” del 1826, dopo la descrizione dei resti del Tempio delle Ninfe ai piedi della Starza, dice che poco lungi dalle sopradette colonne si ammira il così detto Monte Nuovo e poi il Lago Lucrino.

Ancora nel 1909 il volume dedicato ai Campi Flegrei di “Italia Artistica” non fa alcuno accenno ad una località denominata Arco Felice e quando ne inquadra il territorio, in una famosa foto scattata dalla sommità di Monte Nuovo, cita il solo “Cantiere Armstrong” [10].

La località, nonostante le speranze riposte, continua ad essere abitata dai pochi agricoltori raccolti nelle antiche masserie, alcune ancora di proprietà dalla Mensa Vescovile di Pozzuoli e concesse in enfiteusi a vari coloni.
La stessa Ferrovia Cumana nelle sue tabelle orarie, fino agli inizi della Grande Guerra, chiarisce che in questa stazione (come pure in quelle di Agnano, Cappuccini, Cantiere, Lago Lucrino e Cuma-Fusaro) i treni fermano solo su richiesta dei viaggiatori che debbono preventivamente avvertire il capo treno.
Comunque su alcuni treni diretti, della tratta Torregaveta – Baia – Pozzuoli, la fermata non sarà possibile neppure prenotandola [11].

E questo a dimostrazione della scarsa frequentazione dei luoghi fino a tutto i primi anni dieci del novecento quando si avvertono le prime novità.

L’Armstrong si afferma come la massima fabbrica di artiglierie navali italiana, e tra le principali mondiali, e la sua produzione subisce un notevole incremento, prima per lo scoppio della guerra italo-turca e poi con la guerra mondiale.
Sempre più immigrati raggiungono Pozzuoli da altre cittadine della Campania e del basso Lazio. Non tutti trovano alloggio al vecchio centro storico e molti si adattano in casolari e ruderi abbandonati posti tra la fine della Starza e le pendici del Monte Nuovo; comunque nelle vicinanze del grande Opificio.

Sorgono piccoli laboratori, oggi diremmo l’indotto, ma anche il grande “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” che, con un capitale versato di cinque milioni di Lire, dà lavoro a 212 persone. Questo cantiere sorge in quella piccola insenatura naturale delimitata da Punta della Bambinella e da Punta Caruso [12]. 

Sono creati capannoni e ben tre scali che vanno a modificare la morfologia della costa che alla fine degli anni ’30 sarà sede del nuovo Lido Raja.
Il Cantiere Navale è una delle prime, e tra le più importanti, aziende ad iscriversi alla nascente “Unione Regionale Industriale”. Maria De Sanna ne è la presidente, Tommaso Romano l’amministratore delegato e l’ing. Della Rocca il direttore tecnico. Tra i componenti del consiglio d’amministrazione troviamo anche l’ing. Ettore De Nicola che, come l’ing. Della Rocca, risiede nella puteolana Villa Maria alla Starza dove c’è la Direzione dello stabilimento.

Intanto domenica 21 dicembre 1919 nel cantiere navale di Arco Felice è varata la prima motonave costruita in quel sito ed è interessante riportarne la cronaca della cerimonia così come descritta dal giornale “don Marzio” [13]:

“La cerimonia svoltasi ieri nella incantevole insenatura di Arco felice, a tre chilometri da Pozzuoli, segna un primo, grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche “Arco Felice” sorti, or è un anno, per opera di quella eletta anima femminile che è la signorina Maria de Sanna.
Il solo nome di Maria de Sanna evoca una infinità di contributi dati al risveglio morale della nostra città: non vi è opera di beneficenza e di solidarietà sociale che non ha trovato sempre nel suo intelligente sorriso una patrocinazione bastevole e nobilissima!
Fu una festa magnifica quella che nella incantevole, meravigliosa mattinata di ieri richiamò ad Arco Felice, da ogni parte di Napoli e dintorni, la gran folla che si assiepava nei pressi del Cantiere imbandierato per assistere al varo dell’Arco Felice II che si ergeva maestosa sullo scalo accanto alle altre due navi gemella appena abbozzate.
L’Arco Felice II è di una fattura sorprendente. Misura una lunghezza di metri sessantadue e cinquanta ed una larghezza di metri dieci e trenta; ha una stazza lorda di 850 tonnellate ed una portata massima di 1350 tonnellate.
Le due macchine, le eliche, la caldaia a vapore, gli organi di manovra, le ancore di ormeggio, il timone, sono quanto di più perfetto sia stato creato nel genere.
La bella nave, che ha una velocità di nove miglia all’ora, è provvista di un impianto a vapore per la estinzione degli incendi e per lavaggio; ha quattro alberi, tre boccaporti e gli ausiliari a vapore ed a motore per l’esaurimento delle sentine.
Infine l’Arco Felice, che è stata costruita sotto la sorveglianza speciale del Registro Navale Italiano, ha quanto di meglio possa oggi desiderarsi dai più apprezzati tecnici.
Con treno speciale, diretto ad Arco Felice, alle ore 9,50 partirono dalla stazione di Montesanto le Autorità ed un imponente numero di invitati per partecipare alla simpatica cerimonia del varo.
Fra gli invitati notavansi moltissime signore e signorine della nostra aristocrazia.
Alle 12 precise ebbe inizio la funzione.
Il vescovo di Ischia mons. Ragosta, che indossava i sacri paramenti, preceduto dalla Croce astile, dal Clero e dal Capitolo di Pozzuoli, e seguito dalla signorina Maria de Sanna, dalla signorina Fanny Marincola de Petrizzi, dall’egregio R. Commissario di Pozzuoli Duca Niutta, che rappresentava anche il Prefetto Gr. Uff. Sansone, dal cav. Tommaso Romano, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dei Cantieri e dai componenti di esso comm. Giuseppe Di Luggo [cugino di Roberto De Sanna], cav. Luigi Astarita, avv. Ettore De Nicola, cav. Biagio Borriello e cav. Millosevich, procedette alla benedizione della nave. Indi gli operai abbatterono i puntelli e si dettero ad ultimare le altre operazioni per il varo.
Alle ore 14,10 la madrina signorina Fanny Marincola di Petrizzi tirò violentemente il laccio dal quale pendeva una bottiglia di champagne Piper Heedsich che si infranse subito contro la nave, fra le acclamazioni entusiastiche dei presenti. Ed il battesimo fu un fatto compiuto.
Cominciarono, quindi, le manovre per il varo, operazioni eseguite sotto la direzione del cav. Romano e del valoroso Direttore Tecnico dei Cantieri ing. Della Rocca.
Furono momenti di emozione intensa, gli sguardi di tutti convergevano sugli operai commossi anch’essi nell’imminenza di veder felicemente coronate le loro fatiche.
In poco tempo il lavoro fu ultimato.
L’ing. Della Rocca, con voce ferma, fra il religioso silenzio dei presenti, comandò: “In nome di Dio, tagliate le trinche!” e la bella nave, prima lentamente, poi con maggiore velocità, scese nel mare spumeggiante che il sole inondava di luce.
Gli urrah de le maestranze, lo stridio delle sirene, lo sparo delle bome carte e gli incessanti battimani degli spettatori salutarono l’avvenuto varo, che segna il primo grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche Arco Felice.
Dopo il varo agli invitati è offerto un buffet sontuosissimo e quindi il treno speciale riporta tutti a Napoli.
Fra gli intervenuti abbiamo notato: la signorina Maria de Sanna, la baronessa Compagna Soulier [il padre era il senatore Enrico Soulier e lei, Margherita, è ricordata per aver donato al museo di Capodimonte una interessante collezione dì ritratti],  la marchesa Serra di Gerace, la contessa Marincola di Petrizzi e la sig.na, donna Fanny e donna Maria Marincola di Petrizzi [rispettivamente zia e cugine di Maria de Sanna], Matilde Serao [non necessita di presentazioni], donna Maria Cantù Berti, la sig.na Maria Pia Pironti, la sig.na Bice Consiglio, la marchesa de Franciscis di Castelvetere, la sig.na Iappelli, la signora Maglione Bruno, la signora Dupont Fratta, la signora Caprioli Malatesta, la signorina Carafa d’Andria, la signorina Betocchi, la marchesa Porcinari, la signora Rispoli, la signora Cacci e le signorine, la signora Antonelli e le signorine, la signora Astarita e le signorine, la signorina Elena Tarsia, la signora Pintor Mameli e le signorine, la signora Rossi, la signora Maria Calabresi-Sorge, la signorina Sorge, la signorina Elena de la Field, la signora Imbert Schioppa, la signora Carpi, le signorine Aspasia ed Anna Lubrano, le signorine Sandrina ed Antonella Morabito, la signorina Maria Russo, la signora Gemma Longobardi, la signora d’Emmanuele, la signora Della Rocca, la signora de Ruggiero e le signorine, la signora Rolla, la signora Bufi, la signorina Faiella, la signora Cutolo e la signorina, la signora Bruno, le signorine Conti ed altre moltissime.
Fra gli uomini: S.E. l’ammiraglio Salazar [il suo nome era Edoardo, era il Direttore generale dell'Arsenale di Napoli e fu poi senatore del Regno] in rappresentanza anche del comandante del Dipartimento ammiraglio Del Bono, il duca Niutta per il Prefetto comm. Sansone [Don Giovanni duca di Niutta, e marchese di Marescotti, sarà il grande protagonista, con il Re Vittorio Emanuele III, dell’inaugurazione del monumento a Diaz a Napoli], il conte Pintor  Mameli vice Prefetto di Pozzuoli [Romualdo Pintor Mameli, poi prefetto di importati città italiane], il conte Pecori Giraldi [direttore dell’Armstrong di Pozzuoli e padre dell’ammiraglio Corso nato a Pozzuoli], il comm. Amendola, direttore del Banco di Napoli [Salvatore Amendola, intimo amico di Lamont Young],  il comm. Teodoro Cutolo [vecchio amico di Roberto de Sanna e socio della SAD], il comm. Alvino, il comm. Capodanno della Banca della Penisola Sorrentina, il cav. Vitale [ovvero ing Ettore, presidente del Risanamento Napoli], l’avv. Maglione, il barone Luigi Compogna, il comm. Carlo Caprioli, il comm. Betocchi, [Alessandro Betocchi, vecchio amico e socio in affari di Roberto de Sanna], il duca di Castelmola, il sub commissario comm. Iappelli [acquisterà una proprietà a Pozzuoli in via Mliscola], il marchese Pio Ferri, il maggiore Cesare Cantù [nipote dello storico, letterato e deputato omonimo], l’avv. Carlo Venditti, il conte Carafa d’Andria, il marchese Porcinari, l’ing. Dupont [Lambert Adolphe Dupont di Liegi ed amministratore della “Société Anonyme des Tramways du Nord de Naples”], il comm Spicacci [maestro di piano ed autore di brani], il colonnello d’Emmanuele, il comm. Santasilia, il barone Riccardo Ricciardi [che fu famoso editore], il capitano Filippo Criscuolo, il conte Giuseppe Calletti e numerosissimi altri.”

Il battesimo della nave, che come visto porta il nome “Arco Felice”, ci piace identificarlo con il battesimo della stessa cittadina che con la grandiosa manifestazione acquisisce notorietà e visibilità.
Nonostante la depressione post bellica la vicina Lucrino inizia ad procurarsi rinomanza per i suoi eleganti bagni marini e per le graziose villette che ora sorgono sempre più numerose. In poco più di dieci anni l’accorta imprenditoria puteolana e napoletana, approfittando della amenità dei luoghi e della meravigliosa e incantevole vasta spiaggia, creano un connesso complesso di Lidi, Campi sportivi, Piste, Club, Alberghi e Ristoranti.
Il tutto è agevolato dalla presenza della Ferrovia Cumana e col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto globale che oggi diremmo “all inclusive”. Nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.

Inizia così l’epoca d’oro del Litorale Flegreo e di questa rinascita ne giova la vicina località che giorno dopo giorno inizia sempre più ad essere identificata come Arco Felice, dal nome della stazione con cui la si raggiunge.
Nascono il Parco Caruso [14], 

il Parco De Martino [15] 

e l’elegante rione di villette artistiche moderne, con terrazze e giardino, con o senza garage, costruito e commercializzato dalla “CME Construction Co” con sede a Napoli.
Un dépliant turistico [16], 

dei primi anni ’30, definisce Arco Felice “Nuova Cittadina Giardino” e specifica che essa si trova tra Pozzuoli e Lucrino, circondata da colline amene, in una zona eminentemente storica.
Il volantino aggiunge che c’è Veduta Incantevole, Aria Salubre, Spiaggia Balneare, Tennis Club, Pattinaggio, Equitazione, Zone di Cura, Massimo Confort; il tutto a 25 minuti dal capoluogo, con auto o con ferrovia elettrica.
Qualche anno dopo, con la costruzione del grandioso Lido Raja [17] e del progettato vicino Albergo, Arco Felice raggiunge l’apice della sua celebrità.

Purtroppo il doloroso periodo bellico interrompe questa ascesa e la località è stravolta da approntamenti bellici [18]; 

alberghi ed altri edifici sono fatti saltare dai tedeschi in fuga. Il Complesso Raja, requisito, diventa base dei servizi segreti americani; il Monte Nuovo è utilizzato come campo d’addestramento dei Rangers [19] destinati allo sbarco di Anzio.

Ma il mondo gira, passa e va; sempre più strati di popolazione, favoriti dal nascente boom economico, vuole dimenticare e divertirsi; i Lidi riprendono le loro attività, Alberghi e Ristoranti riaprono i battenti. Nuovi quartieri, specialmente d’edilizia privata e cooperativa sorgono ad Arco Felice e nelle sue vicinanze.
I residenti, nonostante l’adolescenza del centro, acquisiscono una mentalità autonomista favorita anche dai numerosi punti di aggregazione e di passeggio che felicemente la differenziano dalle numerose periferie dormitorio [20].

Il culmine di questa ventata d’autonomia lo si raggiunge con l’entrata in vigore del Codice di Avviamento Postale, un Codice anomalo quello assegnato ad Arco Felice, meritevole di un trafiletto separato.

Poi la cittadina si ritrova praticamente inglobata nella stesso rione di Lucrino, e dei nuovi insediamenti popolari della Schiana, di Sotto il Monte, di Toiano; estesi quartieri abitati da veraci puteolani che qui si sentono di casa.
Sono questi, ormai maggioranza, che hanno smorzato quella spinta autonomistica che fino a tutti gli anni ’60 ha aleggiato tra gli amici di Arco Felice.

Giuseppe Peluso