sabato 20 gennaio 2018

Lo Scaldarancio


LO SCALDARANCIO
Pozzuoli per i suoi figli in trincea

Nell’inverno 1915, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Guerra, gli schieramenti italiano e austriaco appaiono già fermi e al riparo di lunghe trincee. Queste sono molto vicine tra loro pertanto, per non provocare fumo, niente cucine da campo per cuocere e niente fuochi per riscaldarsi.
Allora, per permettere ai soldati di consumare un pasto caldo tra i disagi della trincea e in difficili condizioni climatiche, è introdotto un espediente, semplice ed efficace, per riscaldare il cibo quasi senza fiamme e senza fumo.
E’ lo scalda-rancio che con una fiammella quasi invisibile, eppure resistente, consente l'impiego nelle primissime linee a contatto con quelle nemiche.
Questo aggeggio è una specie di torcia che riesce ad ardere quanto basta per riscaldare la gavetta con il cibo; una volta acceso, lo scaldarancio, sviluppa calore senza fiamma per circa 15 minuti [1].

Per confezionarlo bastano vecchi giornali che vanno a formare un cilindretto di carta, avvolta e pressata, imbevuto di paraffina e grosso come un rullo di pellicola fotografica. La carta, arrotolata a più strati e legata stretta, è immersa nella paraffina, o nel grasso o nella cera, per diverse ore fino ad impregnarsi. Essenziale è l’impegno di volontari disposti a dedicare ore di lavoro; buona parte della produzione è garantita da quello che è chiamato "fronte interno", ovvero le iniziative della popolazione a sostegno dei combattenti.
In pratica questo compito è affidato a donne e bambini dei Comitati e delle Associazioni di Assistenza che numerose sorgono in tutta Italia [2].

E’ talmente rapida e vasta la diffusione dello scaldarancio che alla fine del primo anno di guerra a Milano è costituita l'Opera Nazionale dello Scaldrancio per il cui tramite al 5 febbraio del 1916 ben 25 milioni di pezzi sono stati già inviati al fronte.
Nelle lunghe veglie invernali, le mamme, le spose, le fidanzate, le sorelle dei combattenti, arrotolano strettamente i vecchi giornali; quindi immergono i rotoli in cera o paraffina che lasciano rapprendere; poi li ritagliano in piccoli cilindri di circa un centimetro di altezza [3].

Tutti coloro che sono impegnati in questa produzione ricevono, come nei cartoons di Minnie e Paperina, un distintivo con l’effige stilizzata dello scaldarancio a riconoscimento del benemerito impegno.
Accompagnati da pietosi ed affettuosi auguri, gli scaldarancio vengono inviati al fronte, in misura sempre maggiore per esaudire le crescenti richieste.
Ogni soldato ne abbisogna di almeno sei al giorno per il solo cibo, due per il caffè e quattro per il rancio; essi sono accesi sotto le tazze di latta per riscaldare caffè o vino, sotto le gavette per riscaldare il rancio (da qui il loro nome), sotto il coperchio delle gavette impiegato come tegame per riscaldare qualsiasi altra cosa. Utili quindi per poter mangiare il rancio sempre caldo; poiché pasta, brodo e carne, quando giungono in trincea, sono sempre freddi [4].

Ma gli scaldaranci sono utilizzati anche per altri scopi che si rivelano provvidenziali nell’aiutare a combattere il freddo; agli inizi i soldati non vorrebbero sprecarli ma poi, accertata le quantità che ne ricevono, a turno ne sacrificano alcuni per riscaldarsi.
Nelle prime ore del mattino è talmente rigida la temperatura che si deve usare molta cautela nell'aprire la tenda ghiacciata. E’ consigliabile, prima di uscire, riscaldare l'aria del ristretto ambiente interno accendendo qualche scaldarancio e questo consente poi di aprire e chiudere i teli senza correre il rischio di spaccarli.

L’invenzione, di antichissima origine giapponese dove serviva per riscaldare l’acqua del thè, è portata da un giornalista in Francia nel 1914 il primo anno di guerra. E’ qui vista da una nobildonna italiana, Maria Pogliani, che elegge la sua cucina come prima sede del Comitato Nazionale per lo Scaldarancio; le amiche sue milanesi la imitano, gli industriali regalano delle attrezzature un po’ più professionali, la gente comune dona la carta [5].

Pozzuoli non può essere da meno per i suoi figli al fronte; scuole, associazioni cattoliche, circoli e nobildonne hanno di già costituito un “Comitato Puteolano di Assistenza Civile” nell’ambito del quale è creata “L’Opera dello Scaldarancio”.
In breve tempo ragazzi, signore e popolane si dedicano in pieno alla produzione di questo fantastico aggeggio diventato ormai leggendario come il motto che gli è stato coniato: “Riscalda, Ristora, Rincora”.

Attorno a quest’opera immediatamente sorge tutta una galassia di organizzazioni volontarie per la raccolta di fondi e allestimento di spettacoli a favore dei militari al fronte, dei mutilati, degli orfani, delle vedove e degli sfollati.
Anche queste organizzazioni sono guidate da nobildonne e ci fa piacere ricordarne in particolare una che, ancorché napoletana, ha Pozzuoli nel cuore e nella mente, ed in parte anche negli interessi economici.
La signorina Maria De Sanna, figlia del finanziere Roberto che fu anche impresario del Teatro San Carlo, e fondatrice essa stessa, nel primo dopoguerra, dell’Associazione Musicale Alessandro Scarlatti, ancora oggi esistente.
Maria De Sanna è proprietaria del “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” e di “Villa Maria alla Starza”; complessi entrambi rintracciabili lungo la provinciale via Miliscola [6].

Nell’anno 1917 l’offensiva degli imperi centrali ha portato l’esercito austriaco ad occupare gran parte del Friuli e del Veneto provocando l’esodo delle locali popolazioni che cercano rifugio al di qua del Piave.
Tutta Italia si attiva per alleviare le loro sofferenze ed anche nella Napoli “bene” il commendatore Augusto Laganà, altro fervido e fattivo impresario del San Carlo, ha l’idea di un grande concerto “Pro Fratelli Veneti e Friulani”, da organizzare al celebre teatro [7].

Dirama quindi un largo invito ai rappresentanti dell’alto commercio e dell’alta finanza e nel primo convegno, dovendosi provvedere alla presidenza del Comitato, per acclamazione è scelta la signorina Maria de Sanna, la degna figliuola del Commendatore Roberto, la cui figura e la cui opera non può essere dimenticata dai napoletani.
La giovanissima presidente, figura muliebre di gentilezza squisita, di larga cultura e di moderni intendimenti, si occupa con fervore della compilazione del programma, desiderosa che questo sia degno del grande pubblico napoletano. Il concerto si tiene il giorno 9 dicembre 1917 e vede la partecipazione di famosi artisti come Roberto Bracco, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ernesto Murolo (padre di Roberto), Arrigo Serato (famoso violinista), Graziella Pareto (famosa soprano) e tanti, tanti altri.
Al termine della serata speciali congratulazioni vanno agli artisti ed alla organizzatrice Maria de Sanna che con il grande avvenimento ha permesso di raccogliere la considerevole cifra di Lire trentamila.

Tutto questo fervore patriottico fa sì che i costi e i lutti della guerra siano assorbiti, senza pericolosi rivolgimenti politici, dalla Nazione tutta che, come scrisse il presidente del Consiglio Antonio Salandra, nell’ora del grande cimento si stringe in un sol cuore e ne forma una sola Famiglia.


REFERENZE
Giulio Bazini - Da Venezia a...Venezia
Andrea Bianchi – Che fame in Trincea
Alessandro Longo – L’Arte Pianistica
Giuseppe Peluso – Le due Villa Maria
www.storiatifernate.it – Il Comitato per lo Scaldarancio


Giuseppe Peluso

domenica 3 dicembre 2017

L'Ultima Invasione Barbarica



L’ULTIMA INVASIONE BARBARICA

L’OCCUPAZIONE NAZISTA NEI CAMPI FLEGREI
Ai primi di Settembre del 1943 la Campania è presidiata dal XIX Corpo d'Armata del Regio Esercito, al comando del Generale Riccardo Pentimalli, da cui dipendono:
-  XXXII Brigata Costiera, schierata dal Garigliano alla Foce di Licola;
-  Comando Difesa Porto di Napoli, schierata da Foce Licola a Capo d'Orso;
-  222° Divisione Costiera, schierata da Capo d'Orso a Maratea;
-  Divisione Pasubio, nel casertano, con comando nella zona di Villa Literno.
A queste grandi unità bisogna aggiungere numerose truppe dei depositi territoriali, della difesa antiaerea della Milizia, delle batterie costiere della Marina e una marea di presidi dell’Esercito, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, etc.
In complesso non poche forze, rispetto a quelle di cui dispongono i tedeschi, ma sparpagliate e suddivise, male armate e senza mezzi di trasporto.

Le forze del Reich, oltre a reparti minori sparsi in tutta la Campania, sono costitute da quattro grandi unità inquadrate nel XIV Corpo d'Armata [1]:
- 16^ Divisione Corazzata nella zona di Salerno;
- Divisione “Hermann Göring” nella zona di Caserta, in fase di riordino;
- 5^ Divisione Panzer Granadier, nella zona di Gaeta;
- 1^ Divisione Paracadutisti tra alta Calabria, Campania e basso Lazio.

La proclamazione improvvisa dell'armistizio, da parte alleata, sorprende Governo e Comando Supremo italiani ma non i tedeschi che, fin dalla caduta di Mussolini il precedente 25 luglio, sono certi del prossimo cedimento dell’Italia.
L’otto settembre comincia la corsa delle unità tedesche verso la testa di sbarco di Salerno e la sola Divisione “Göring”, rafforzata con vari altri reparti, resta a presidio delle retrovie e delle via di comunicazioni. I tedeschi si trovano a combattere contro gli alleati e nello stesso tempo a occupare il territorio della Campania, coincidenza questa che aumenta il livello della violenza portandolo a non tollerare nessuna disubbidienza da parte della popolazione.
Nella notte dall'8 al 9 occupano capisaldi costieri, posti di avvistamento, posti di blocco stradali, aeroporti, batterie antiaeree.  
La giornata del 10 è un accentuarsi e divampare di piccoli focolai di conflitti, di lotte, di combattimenti, originati, ora, dai tedeschi, nel deliberato proposito di requisire mezzi, di impossessarsi di armi, di piegare le nostre forze ai loro finì; ora dai soldati nostri, decisi a non subire soprusi e violenze; ora dai civili, sconcertati ed offesi dallo inumano trattamento usato dai primi verso i secondi.


I Campi Flegrei subito dopo la proclamazione dell’Armistizio
Nei Campi Flegrei si trovano, da tempo, varie unità tedesche tra cui un autoparco, con i soldati alloggiati in una decina di baracche mimetizzate costruite appositamente, in località Fusaro [2].

A Cuma si trova, fin dal luglio 1943, una batteria composta da due pesanti pezzi antiaerei, piazzati sulla terrazza sottostante il Tempio di Giove. Il personale è composto da circa 20 soldati ed il posto comando si trova nella vicina Villa Vergiliana, costruita proprio dai tedeschi nel 1911 per una società archeologica [3].

Altri tedeschi sono a Lucrino, nei capannoni della ex Fabbrica di Idrovolanti dove ora c’è il Lido Giardino (Industrie Aviatorie Meridionali), con una officina che riadatta e collauda i siluri costruiti nella vicina Baia [4]. 

I siluri vengono poi inoltrati a vari sommergibili tedeschi che operano nel Mediterraneo e al cacciatorpediniere Hermes, catturato alla marina greca, che ha Pozzuoli come base logistica.
Sembra pure che ci fosse il comando del 1° Fallschirm-Jagerer-Regiment (cacciatori-paracadutisti) appartenente alla 1° Divisione paracadutisti. Alcune fonti riferiscono che questo comando (che comunque non si trovava a Lucrino) sia stato visitato dallo stesso Rommel e poi dal Generale Kesselring il giorno 15 luglio 1943.
All’atto dell’armistizio di questo reggimento è presente il solo III Battaglione che formerà un Kampfgruppe (gruppo di combattimento) insieme ad altre unità del 115° Panzer-Grenadier- Regiment (granatieri corazzati)
Di quest’ultimo reggimento, facente parte della 15° Panzergrenadier-Division, sono presenti sia il I° (Maggiore Julius Muller) che il III° (Maggiore Vedeking) battaglione e il comando di reggimento (Colonello Wolfgang Maucke) si trova alloggiato nell’Albergo dei Cesari di Lucrino mentre nel vicino, e anch’esso requisito, Albergo Sibillo si insedia il Comando di reparti dipendenti [5].

La 15° Panzergrenadier-Division divisione trae origini dalla 15° Panzer-Division, distrutta in Tunisia, ed è composta dalle truppe di complementi che giungono dalla Germania e sono accasermate nel napoletano in attesa dell’invio in Libia presso l’Afrika Korp. Perso l’ultimo lembo africano i rincalzi sono inviati in Sicilia dove formano la nuova 15° Panzergrenadier che poi, perduta pure quest’isola, è fatta ritirare in Calabria.
Il comando del suo 115° Reggimento giunge a Lucrino il 4 settembre e alle truppe dipendenti, acquartierate tra Bagnoli (Istituto Costanzo Ciano), Bacoli (zona Fusaro), Baia (Campo sportivo sotto il castello), Miseno (una cinquantina di soldati nelle vicinanze del potente radiotrasmettitore), Pozzuoli (Campiglione, San Vito, Torre Santa Chiara) e Quarto (inizio via Campana e Grotta del Sole), è affidato il compito di difendere l’area costiera a nord di Napoli e di “bonificarne” il territorio da vari tentativi di resistenza.

Episodi sporadici avvengono nei Campi Flegrei per l’accanita difesa messa in atto dai nostri soldati, in special modo dalle guarnigioni dei capisaldi costieri esistenti nella zona di Baia (Caposaldo Brindisi), di località La Schiana (Caposaldo Bergamo) e del Posto di Blocco di Arco Felice (PBC Bernardo).
Al Castello di Baia eroici marinai rifiutano di consegnare la batteria anti aerea ai tedeschi, che inizialmente si ritirano per timore dell’improvviso arrivo di truppe alleate; inoltre il tenente Giuliani, coadiuvato dal noto antifascista Pasquale Schiano [6], con un drappello di fanti cerca dì evitare l’occupazione del “Silurifio Italiano”, ma non ci riesce anche per la resistenza opposta dal direttore dello stesso stabilimento, Ammiraglio Eugenio Minisini.

Questo gruppo di soldati, unitamente ad altri sbandati, si nasconde nei pressi di Capo Miseno e, con l’intento d’impedire il transito ad automezzi tedeschi, cerca di far saltare il ponte sulla foce del lago di Miseno.
Unitamente a Schiano sono poi traghettati, il giorno 13 quando è ormai cessata qualsiasi resistenza, sulla liberata isola di Procida.


Iniziano saccheggi e requisizioni forzate
Dal giorno 12 settembre, svanite tutte le autorità militari e civili italiane, i tedeschi sono padroni dell’intero territorio; solo parroci e vescovi sono rimaste uniche figure di riferimento e alcuni di loro cercano di assumere ruoli di mediazione con gli occupanti. Le loro truppe, che per prudenza e strategia sono decentrate nelle zone periferiche, iniziano a rientrare nei grossi centri urbani che hanno inizialmente abbandonato.
In questa prima e ancora confusa fase desiderano non irritare la popolazione che, presa da grossi problemi alimentari, nell’indifferenza li lascia occupare caserme, scali ferroviari e portuali, centri di telecomunicazioni e di produzione, senza presagire i furti e le violenze che stanno per perpetrare a suo danno.
Anche a Pozzuoli i germanici ritornano a frequentare bettole e luoghi già conosciuti in precedenza; molti sono frequentatori della cucina casareccia che i coloni Biclungo hanno messo su a Villa Maria principalmente per i marinai italiani che dormono in quella che è stata la Scuola Marittima [7].

Maggior sicurezza acquisiscono i tedeschi il 18 settembre quando è proclamata la nascita della Repubblica Sociale Italiana; ora possono contare sulla collaborazione del riorganizzato partito fascista locale.
Inizia così la minuziosa depredazione di ogni bene che possa essere utile alla causa del Terzo Reich, armi (anche nuove asportate dall’Ansaldo Artiglierie di Pozzuoli e dal Silurificio di Baia), munizioni, combustibili, automezzi, macchinari.
Nel porto di Pozzuoli è catturata intatta la corvetta Vespa [8], dai tedeschi ribattezzata UJ.2221, ed altre unità mercantili; tutte subito inviate nei porti del nord Tirreno.

Uno dei primi divieti impartiti dagli occupanti è quello di uscire in mare con qualsiasi tipo d’imbarcazione e comunque di pescare. A questa ordinanza si deve l’uccisione, il 12 settembre, dell’anziano pescatore Gennaro Di Lieto, nato a Napoli il 12 settembre 1895. Il Di Lieto, ignaro degli ordini, sta svolgendo il suo lavoro nel tratto di mare tra Coroglio e Nisida quando è raggiunto da colpi di mitragliatrice provenienti da un reparto tedesco, appostato sull’isolotto di Nisida. E’ con lui il suo parente Carmine Di Lieto il quale riesce a salvarsi, buttandosi preventivamente in acqua.
Negli stessi giorni, e per lo stesso motivo, dovrebbe essersi verificato un altro episodio accennato da Simon Pocock. Egli riporta un racconto di Giuseppe Di Bonito di Pozzuoli il quale afferma che suo nonno Alfonso Chiocca ed un altro pescatore soprannominato “o schilizzo” furono uccisi mentre erano intenti a pescare polipi lungo il litorale di via Napoli. Afferma che dalla rotonda nei pressi della Chiesa di San Gennaro alcuni soldati tedeschi intimarono ai due anziani pescatori di avvicinarsi alla costa ma, presi dal panico, i due iniziarono a remare per scappare; in questo frangente furono uccisi a colpi di cannoncino. Non c’è altra memoria storica per questo episodio e, conoscendo i luoghi, sembra difficile richiamare l’attenzione, di chi si trova in mare, dall’alto del belvedere della Solfatara.

Nel contempo inizia la requisizione forzata d’ogni specie di commestibili; insaccati, cereali, frutta, olio, pollame, suini e bovini. La popolazione si affretta a nascondere tutto ma i tedeschi con violenza prendono specialmente maiali e mucche, li ammazzano e li mangiano, oppure li caricano sui camion che numerosi e giornalmente partono per il centro e nord Italia.
I contadini raccontano: “i tedeschi se pigliavene e galline, se pigliavene o puorche, se pigliavene i sasiccie, lardo. Tutto, tutto… ievene a mbaz’ì po’ puorche, baste che truvavene o porche subite l’accerevene e o mettevene a cocere”.
Gli stessi tedeschi vecchi avventori si ripresentano a Villa Maria e con la forza portano via tutto quanto custodito nel cellajo e i due maiali presenti nel casotto dove sono allevati [9]. I coloni, forti delle loro conoscenze, non hanno voluto nasconderli al di là della recinzione che divide il fondo con il confinante giardino interno dei Mirabella.

In questo periodo predominano, isolati e ad opera specialmente di motociclisti tedeschi, furti e rapine che vengono commessi a mano armata nelle vie e nelle abitazioni; i puteolani iniziano a non farsi notare in giro e nella memoria comune resta il ricordo dei tedeschi che portano via tutto.


La sistematica distruzione degli impianti
Già dal 16 settembre il Comando ha preparato un dettagliato elenco degli impianti industriali e dei manufatti da distruggere nella zona flegrea a partire dal giorno 22, prima della prevista ritirata sotto l’incalzare delle truppe alleate. Incaricati di eseguire queste demolizioni sono i guastatori della 2° Compagnia del “Pionier Bataillon 60”.
Questo piano è suddiviso in tre fasi da mettere in atto in tre tempi diversi:
- Inizialmente la distruzione di impianti industriali e portuali, depositi munizioni e carburanti, postazioni difensive e devastazione al completo del ciclo di produzione alimentare e degli impianti di fornitura idrica ed elettrica.
- Negli ultimissimi giorni di settembre, poco prima d’abbandonare la zona, la distruzione dei ponti ferroviari e stradali, lo smottamento delle gole e la creazione di frane o di voragini nei punti più stretti o delicati delle vie di collegamento.
- Infine la collocazione di innumerevoli ordigni a scoppio ritardato o a strappo (nascosti in tutti gli edifici pubblici o privati che avrebbero potuto essere utilizzati come acquartieramento o ospedali dalle truppe nemiche), nonché la disseminazione di mine lungo tutte le arterie e il rilascio di innumerevoli trappole esplosive.

Già il giorno 22 sul porto di Pozzuoli abbattono due gru e la stazione di pompaggio che rifornisce i grandi serbatori della Regia Marina interrati nella parte alta della città, in via Campana e via Celle. La distruzione di questa sala pompe innesca un incendio d’immensa proporzione, con densa nuvola di fumo, che spaventa i puteolani rimasti nel borgo nonostante l’ordine di abbandonare la fascia costiera. Ma l’esplosione spaventa gli stessi tedeschi che si allontanano evitando così la distruzione di altre infrastrutture portuali quali il ponte che collega la banchina al molo caligoliano, postazioni e accasermamenti della MILMART (Milizia Marittima) e della Regia Marina.
Nella rada affondano cinque imbarcazioni mercantili, tra cui un grande veliero, e il sommergibile FR 115 (ex francese Dauphin) che si trova attraccato al pontile Ansaldo, impossibilitato a navigare perché in attesa di lavori [10].

Presso lo stesso pontile i genieri cercano di abbattere la potente gru eretta al termine di questo molo a fine ottocento (Gru Armstrong), ma la dinamite da sola non è sufficiente a buttar giù lo storico argano; pertanto due giorni dopo i guastatori tedeschi decidono di aggredirla con la fiamma ossidrica [11]. 

Essa, che con il suo profilo si alzava maestosa al centro della insenatura puteolana, giace ora silenziosa sul fondale di quel mare che dall’alto guardava orgogliosa.
Gli stessi tedeschi, con l’aiuto di collaborazionisti puteolani, distruggono quasi al completo capannoni e macchinari della “Ansaldo Artiglierie”, dopo averla depredata di tutto ciò che poteva essere utili, compreso pezzi di ricambio, che la fabbrica di Pozzuoli costruisce su licenza, per il loro famoso cannone da 88 [12a, 12b, 12c, 12d].




Il giorno 22 fanno saltare in aria la loro officina siluristica di Lucrino e la polveriera che la Marina ha creato all’interno della storica Grotta di Cocceio, tra l’Averno e Cuma. Questo scoppio fa volare in tutta la zona una pioggia di proiettili, oltre a distruggere la grande struttura romana [13].

Nel porto di Baia affondano sei imbarcazioni tra cui una nave soccorso, distruggono due gru ma non riescono nel loro intento di distruggere al completo il locale stabilimento in cui si costruiscono siluri [14]. 

Più danni arrecano alla nuova fabbrica del Fusaro che tra l’altro è stata costruita con il loro aiuto e che è collegata alla fabbrica di Baia a mezzo di una galleria che custodisce centinaia di siluri e che stranamente non è minata [15].

Una gru ed altre imbarcazioni minori, tra cui motozattere e rimorchiatori appartenenti alla Regia Marina, sono distrutte nel porto di Miseno.
Le polveriere di quest’ultima località, e della vicina Miliscola, sono piene di proiettili che i tedeschi vorrebbero far saltare. Il podestà Ernesto Schiano riesce a convincerli a far a scaricare in mare, a mezzo di tutte le barchette dei locali pescatori, il completo l’arsenale. Ancora oggi i fondali sono zeppi di casse di munizioni ma il loro mancato scoppio ha salvaguardato il vicino centro abitato. Nel contempo sono fatti saltare in aria grossi tratti di pontili tra cui quello di Marina di Bacoli nel tratto intermedio, quello di Torregaveta nella sua parte finale e quello dell’isolotto di San Martino [16].

Distrutto è pure il siluripedio dello stesso isolotto, la stazione radio trasmittente di Miseno [17], nonché vari fari e postazioni dislocati lungo tutta la costa flegrea.


Gli eccidi e la razzia degli uomini
Tutta la zona della Campania e del basso Lazio, essendo vicina al fronte, è definita dai tedeschi “zona di operazione” e in essa sono applicate le leggi di guerra, che poi sono quelle di un esercito di occupazione. Perciò qualsiasi atto di disobbedienza della popolazione civile diventa passibile di fucilazione con estrema facilità.
Il comando tedesco di Lucrino inizia a fungere anche da Tribunale di Guerra; il 14 settembre vi è condotto in stato di fermo l’ex sindaco antifascista di Bacoli Ernesto Schiano accusato, e poi discolpato, d’aver aiutato il figlio Pasquale considerato traditore e spia per le azioni che abbiamo di già descritto.
Anche il podestà di Monte di Procida, Agostino Matarese, si reca presso il comando di Lucrino per soccorrere alcuni suoi concittadini condannati a morte per presunto aiuto offerto a un disertore tedesco.

Il 16 settembre del 1943, verso le ore 19.00, un sergente ed un soldato del 115° Reggimento, accompagnati dal Podestà di Pozzuoli avvocato conte Filippo Falvella, si recano in una casa poco distante dal lago Lucrino. La casa è abitata dalla famiglia Guardascione e i militari tedeschi vi trovano Mario Guardascione, il fratello Antonio, il cugino Salvatore ed un loro zio, Emanato Filiberto, in visita presso questi suoi parenti. I militari ed il Podestà, spiegano che si tratta solo di una richiesta di informazioni in merito al taglio di alcuni cavi telefonici che partono da Lucrino (sede del Comando) ed attraverso Monteruscello arrivano a Grotta del Sole e Quarto (sedi di accampamenti di due battaglioni dipendenti dal predetto Comando).
Invitano i presenti a seguirli presso il vicino comando tedesco e lungo il breve percorso incontrano sia Michele Costagliola, che rientra dal lavoro, sia un uomo anziano addetto alla guardiania del lago Lucrino; entrambi sono invitati dai militari a seguirli presso il comando. Giunti al comando l’anziano guardiano del lago è liberato, con l’ordine di sorvegliare le linee telefoniche, ma gli altri cinque sono costretti a salire su un camion militare e condotti al campo tedesco che si trova in località Grotte del Sole. I cinque prigionieri non sono sottoposti a nessun interrogatorio ma, alle cinque del mattino del giorno successivo 17 settembre, sono svegliati e costretti nuovamente a salire sull’autocarro.
Sul camion ci sono già dodici soldati tedeschi e dietro, appena il camion inizia a muoversi, si accoda un’auto in cui hanno preso posto due ufficiali tedeschi ed un soldato che funge da interprete. In breve tempo il convoglio raggiunge la zona Conocchiella (all’epoca pratica strada di collegamento tra Monteruscello ed Arco Felice) e all’altezza del luogo dove oggi sorge il distributore sulla vicina variante, i cinque prigionieri sono fatti scendere [18]. 

Emanato Filiberto comprende ciò che sta per succedere e cerca di spiegare all’interprete che nessuno di loro ha commesso il sabotaggio e poi sono gli unici sostegni delle proprie famiglie. Come risposta alle preghiere del prigioniero uno degli ufficiali tedeschi, con un colpo di pistola alla nuca, uccide Antonio Guardascione. I soldati, a loro volta, con pugni, calci e con colpi assestati con le baionette obbligano i restanti quattro prigionieri a procedere verso il luogo dell’esecuzione. Nel mentre procedono i superstiti quattro prigionieri si ribellarono ed assalgono i tedeschi. Due di loro, Guardascione Mario ed Emanato Filiberto, riescono a fuggire sebbene inseguiti e mitragliati numerose volte. Guardascione Salvatore e Costagliola Michele, sopraffatti dai soldati, sono costretti, con innumerevoli colpi inferti con il calcio dei fucili, a scavare la propria fossa. Guardascione Salvatore e Costagliola Michele, dopo essere stati fucilati, unitamente ad Antonio, che è stato ucciso in precedenza, sono colpiti molte volte con il taglio delle baionette.
Sono però lasciati insepolti e sui loro corpi i soldati collocano un cartello preparato in precedenza: “Fili rotti, cinque italiani uccisi”. I corpi sono poi rimossi dal Parroco della chiesetta di Arco felice, Mons. Gennaro D’Ambrosio. Questi, con il consenso del custode, li trasporta uno ad uno, sulle proprie spalle, presso il civico cimitero.

Dalle denunce rilasciate dai due sopravvissuti, si apprende che il giorno dopo i tedeschi ed il podestà, per porre rimedio alla fuga dei due prigionieri, catturano altre due persone che, successivamente, sono liberate. Nella stessa denuncia si legge che, nella stessa zona, alcuni giorni dopo, sono fucilati altri cinque italiani e due prigionieri americani di cui, però, non si sono mai ritrovati i corpi. Nella serata del 19 settembre alcuni soldati tedeschi, in servizio sulla spiaggia di Miseno, notano una luce proveniente da un’abitazione privata.
Aniello Calabrese, nato a Brindisi il 7 settembre 1900, sta infatti camminando in casa sua con una candela in mano e, involontariamente, la luce della candela è proiettata all’esterno attraverso una finestra.
Quest’atto del Calabrese, che in alcune fonti è indicato come guardiamo del faro di Capo Miseno, è interpretato come una segnalazione al nemico che di già occupa la vicina isola di Procida. E’ bene ricordare che il giorno 14 è arrivata a Baia una motonave con le truppe tedesche che sono state convinte dalla popolazione ad abbandonare l’isola di Ischia in cui erano stanziate. Di conseguenza in questi giorni ci sono scambi di cannonate tra postazioni o imbarcazioni alleate a Procida e Ischia e artiglieria tedesca, trainata da semicingolati, che si sposta tra Miseno, Torregaveta e Cuma.
Nonostante alcune garanzie fornite sul suo conto Calabrese è portato al comando tedesco presso l’Albergo dei Cesari e fucilato a Lucrino il giorno successivo, 20 settembre; le stesse precedenti fonti lo danno ucciso a Monte di Procida.

Nello stesso giorno 20 un manifesto del Prefetto di Napoli, che esegue gli ordini del comando tedesco, intima la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni; in pratica una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania.
Questa è un'altra vicenda che resta forte nella memoria collettiva di queste zone; a differenza delle regioni del nord, in cui si dà la caccia ai giovani renitenti alle varie chiamate di leva emesse dal governo repubblichino, questa è una vera e propria razzia di uomini.
Civili, militari ed ecclesiastici; giovanissimi padri di famiglia e anziani; alcuni sono inviati sulla linea Gustav per l’approntamento delle difese ma la maggior parte inviati nell’allestito campo di raccolta di Sparanise, per essere poi deportati in Germania.
In verità già dal giorno 15 il Podestà di Pozzuoli ha ricevuto ordine dal comando tedesco di provvedere alla compilazione degli elenchi delle classi 1910/25 per il servizio obbligatorio del lavoro, pertanto ne incarica l'ufficio di Stato Civile. Il personale comandato si destreggia in lungaggini per ritardarne la consegna, benché sottoposto a continue e pressanti minaccia di denunzia. A lavoro ultimato nel tardo pomeriggio del giorno 21, noncuranti del mortale avvertimento, gli impiegati Luigi D’Alfonso Gennaro Chiocca trafugano le schede e le inceneriscono all’angolo della popolazione) della chiesa della Purificazione, in una strada deserta per l’avvenuto esodo di gran parte dei puteolani. Il giorno successivo, alla constatazione della sparizione del materiale, nell' ambiente comunale si diffonde una cupa atmosfera di sbigottimento e il Podestà assume sembianze patibolari, certo di essere raggiunto dalla immancabile rappresaglia tedesca.

Anche Giovanni Caruso, impiegato presso il Comune di Bacoli, rilascia carte d’identità con date di nascita fasulle onde evitare il forzato arruolamento di giovani nelle sempre più frequenti retate.
A proposito di queste retate sono interessanti le memorie di Pietro Scotto Di Vetta di Bacoli, intervistato dall’amico Elio Guardascione:

“Salimmo sul treno [cumana], ma quando arrivammo a Bagnoli, il treno fu fermato da molti tedeschi che avevano i fucili pronti per sparare. Fecero scendere tutti gli uomini e pure me. Mia madre, piangendo, diceva che io non avevo ancora 18 anni e perciò non potevano prendermi; mostrò loro anche la mia tessera dove si vedeva che avevo 17 anni. Ma i tedeschi la minacciarono con i fucili, gridando “Raus, Raus” [fuori, fuori] e poi spingendomi con la canna del fucile, mi portarono vicino a un camion dove c'erano altri uomini e mi fecero salire. Mia madre arrivò piangendo fino al camion e urlava che ero piccolo, ma i tedeschi non rispondevano. Allora un uomo che stava sul camion cercò di calmarla e le promise che mi avrebbe aiutato lui. Il camion partì e ci portò fino al Collegio “Costanzo Ciano” di Bagnoli (Collina di San Laise), qui ci fecero scendere e ci portarono in un tunnel sotterraneo dove c'erano prigionieri stranieri. Mi pare che fossero neozelandesi [19].

Più tardi ci fecero salire di nuovo su un camion e ci portarono a Sparanise in un campo grandissimo dove non c’era niente se non la recinzione. Per dormire raccogliemmo dei pezzi di legno e costruimmo dei ripari che assomigliavano alle cucce dei cani. Sono rimasto nel campo una decina di giorni, mangiavamo pochissimo e la fame ci faceva stare male. Quei disgraziati dei tedeschi per divertirsi ci buttavano dei pezzi di pane e ridevano quando litigavamo per arrivare primi ma, quando eravamo vicini al pane loro si avvicinavano e ci allontanavano colpendoci con il calcio dei fucili.
Dopo una decina di giorni, una guardia austriaca, forse impietosito dal fatto che ero un ragazzo, fece scappare me ed altri due dal campo. Cominciammo a scappare ma altre guardie ci videro e cominciarono a sparare. Penso che gli altri due furono colpiti perché, ad un certo punto, quando mi fermai, ero solo.
Dopo un giorno di cammino, riuscii ad arrivare a Pianura dove ritrovai mia madre e le mie sorelle, avevo i capelli bianchi perché erano pieni di uova di pidocchi. Nessun barbiere volle tagliarmi i capelli e allora lo fece mia sorella Filomena. Dopo, poiché avevo i capelli a scaletta, per la vergogna volevo coprirli. Però non avevo un cappello e, allora, presi una calza nera di mia madre e la misi in testa a tipo cappello.”

La mattina del 22 settembre Solimeo Gennaro, nato a Pozzuoli il 23 settembre 1915, tra gli uomini rastrellati per essere adibiti ad alcuni lavori nella zona di Licola, tenta di scappare ma è ucciso a colpi di mitragliatrice.

Il 23 settembre intanto una ordinanza prevede lo sgombero di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare; in pratica migliaia di puteolani e di bacolesi sono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case ed in maggioranza si rifugiano, come fatto con le prime invasioni barbariche, nella zona di Cigliano, di Quarto e di Pianura. In una masseria di Cigliano, appartenente a loro parenti, si rifugiano i coloni Biclungo ormai depredati di tutto. Nascosti all’interno di Villa Maria restano mio Padre Carmine Peluso con il fratello maggiore Sebastiano e l’anziano genitore Giuseppe.
I tedeschi vorrebbero sgombrare anche l’intero territorio di Monte di Procida ma il Podestà, Agostino Matarese, si adopera per farli restare nelle loro case.

In merito agli sgombri sentiamo, sempre dalla citata intervista di Elio Guardascione, ancora Pietro Scotto Di Vetta di Bacoli:
“Quella mattina, era quasi la fine di settembre mia madre ed io ci recammo a casa di Rusina, una vicina, e mia madre le chiese se era vero che dovevamo sgomberare. Rusina, piangendo, disse che forse era vero ma per essere sicura si rivolse ad un uomo, che non conoscevo, e chiese conferma. Quell’uomo rispose che era vero e che i tedeschi avevano affisso dei manifesti che ordinavano alla popolazione di sgomberare tutto il paese perché dovevano far saltare le polveriere di Miseno, di Miliscola, il ponte di Casevecchie e molte strade. Allora, mia madre cominciò a piangere pure lei e tornammo a casa. Noi abitavamo rint’ i Trebbitiell.
Mia madre preparò un poco di roba chiamò me e le mie sorelle Filomena e Anna e insieme andammo a Baia per prendere il treno della Cumana per arrivare prima a Fuorigrotta e poi andare a Pianura a piedi.”

Il 24 settembre Francesco De Vivo, nato a Marano il 28 settembre 1890 e residente a Quarto (ancora comune di Marano) è tra i primi rastrellati, insieme ad altri civili, per essere impiegato in lavori a favore dell’occupante. E’ portato in località Grotta del Sole dove tenta di scappare, ma i tedeschi gli sparano alle spalle, uccidendolo. Comunque questo episodio è completamente assente nella memoria locale come pure l’uccisione di Biagio Anicelli avvenuto poco distante, nei pressi di Torre Santa Chiara.

Il 25 settembre nelle vicinanze del Comando Albergo dei Cesari è fucilato Giacomo Lettieri, nato a Napoli il 5 maggio 1928, insieme ad altri civili ignoti.


Il giorno dell’armistizio, 9 settembre 1943, il Lettieri sta lavorando come manovale in piazza Principe Umberto a Napoli quando vede alcuni soldati tedeschi sparare e uccidere un soldato italiano. Tolto un moschetto a un carabiniere, che ha assistito alla scena senza intervenire, il ragazzo fa fuoco e uccide due tedeschi. Subito dopo scappa e si nasconde ma un suo compagno di scuola lo tradisce facendolo catturare. I tedeschi lo conducono a Lucrino e lo fucila, forse insieme ad altre persone. Alla memoria di Giacomo Lettieri è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare. Fino a pochi anni fa gli era intitolata una scuola media del quartiere Vomero. 


I tedeschi si ritirano e interrompono ogni via di comunicazione
Negli ultimissimi giorni di settembre i tedeschi, poco prima d’abbandonare la zona a seguito della rivolta napoletana e l’incalzante avanzata degli alleati, iniziano l’ultima fase che possiamo definire come “bruciarsi i ponti alle spalle”. Praticamente provvedono alla distruzione di ponti ferroviari e viari, allo smottamento di gole e strettoie, a creare voragini, ostacoli e campi minati nei punti più stretti o delicati di tutte le possibili vie di collegamento.

Sulla via Campana nella strettoia scavata dai romani, e conosciuta come “Montagna Spaccata”, i tedeschi fanno scoppiare delle mine sul lato sinistro facendo crollare una grossa quantità di roccia e terreno; in pratica ostruiscono la strada per Quarto [20].

Con una voragine artificiale sulla nuova via Domiziana, poco dopo via Antiniana andando verso Napoli, bloccano al traffico questa importante arteria nel punto in cui, con un terrapieno artificiale, attraversa un vallone.

Anche la “direttissima”, come è appellata la linea metropolitana tra Pozzuoli e Napoli essendo parte integrante della linea rapida che collega con treni “direttissimi” Napoli con Roma, è interrotta in vari punti.
C’è, tra la galleria di Monte Olibano e la stazione di Pozzuoli, un lungo viadotto poggiante su sette arcate che permette alla linea ferroviaria di superare il vallone naturale che dalla Solfatara scende verso il mare là dove la terrazza marina è stata corrosa da eventi pluviali [21].

La distruzione di questo ponte, che costituisce uno semisconosciuto ma interessantissimo pezzo di storia puteolana, cì è raccontato dall’amica Anna Maria D’Isanto.
Anna Maria narra che i tedeschi, prima della ritirata, avvisano le famiglie che abitano nei pressi dei binari e della galleria e le invitano ad allontanarsi perché avrebbero minato i ponti e la stessa galleria che sbuca in località La Pietra, poco prima della successiva stazione di Bagnoli.
Tra le poche famiglie avvertite c’è quella del marito di Annamaria, la Famiglia Sorbo, il cui capofamiglia è ferroviere ed abita proprio nel casello, ancora oggi esistente, situato tra il ponte e la galleria.
Disastroso lo scoppio che rende irrecuperabile l’elegante viadotto che non sarà più ricostruito; l’importante linea ferroviaria, non potendo attendere i lunghi tempi che richiederebbe la costruzione di un nuovo viadotto, è subito ripristinata dagli alleati innalzando un antiestetico terrapieno al posto del precedente elegante ponte.
Anche l’imbocco della vicina galleria è reso inagibile al traffico ferroviario a mezzo di una frana provocata dal brillamento di mine.
Questa galleria è utilizzata quale rifugio da tutti i puteolani residenti nella zona alta o comunque a ridosso della linea ferroviaria; tra questi Sofia Loren che nelle sue memorie ricorda i tragici giorni trascorsi in questo tunnel con la sua famiglia;
In pratica l’ingresso della galleria è ostruito e durante l'ultimo bombardamento avvenuto al tramonto del 21 ottobre 1943 ad opera, questa volta, di aerei tedeschi, quelli che vogliono rifugiarsi al suo interno debbono fermarsi all'imbocco e solo arrampicandosi sulla frana riescono ad arrivare al soffitto e poi ridiscendere nel tunnel [22].

Il piccolo Salvatore Sorbo è portato a cavalcioni sulle spalle dal fratello Bernardino che, passato il pericolo, con lo stesso sistema lo riporta al casello.

La signora Gigliola Fortezza ci narra della distruzione di un altro ponte ferroviario; questa volta della Ferrovia Cumana nel tratto tra le stazioni Cantiere e Arco Felice [23].  

I treni si fermano ma ben presto riprendono servizio perché, facendo ricorso alle scarse risorse disponibili, si provvede in poco tempo a rappezzare la tratta. Sono impiegate le traverse di legno, conservate nei depositi, che sono accatastate a guisa di tronco di piramide; sotto passa la strada e sopra sono ancorati i binari.
Una soluzione provvisoria, gli alleati non hanno interesse a ripristinare questa linea per loro non strategica, che nasconde non poche insidie; la struttura volteggia paurosamente all'incedere lento dei veicoli; i viaggiatori lasciano le vetture, scendono lungo la scarpata per risalire quell'altra sul lato opposto per poi riprendere il treno.
La paura di questo passaggio serpeggiava anche in seno ai ferrovieri e allora è deciso di individuare colui che si sente più impavido; quest’uomo, che prenderà poi il soprannome di "Temerario", ha il compito di percorrere alla guida dei convogli quei cento passi di una pericolosità estrema. Tutto è fatto con i mezzi, gli uomini e le intelligenze di quella azienda, senza interrompere i collegamenti, senza che l'utenza subisca disagi.

Tra Bacoli e Miseno il già nominato ponte, che passa sulla foce del lago di Miseno [24], è questa volta fatto saltare dai guastatori tedeschi che inoltre disseminano di mine i suoi dintorni provocando la morte di due italiani.


Gli eccidi si infittiscono
Il 24 settembre, secondo una versione riportata ai Carabinieri di Pozzuoli, un soldato tedesco si introduce in un fondo agricolo di via Luciano, in Contrada Fascione, e a colpi di moschetto uccide Antonio Masson, nato il 14 agosto 1915, figlio del proprietario.
Secondo altre fonti l’episodio sarebbe avvenuto il giorno 26 e il Masson, che è un Tenente di Cavalleria, sta preparando alcune armi che ha nascosto con l’intenzione di utilizzarle contro i tedeschi.  Forse è catturato dopo delazione ed è sgozzato davanti ai suoi familiari in quanto accusato di aver organizzato azioni di sabotaggio. Il suo corpo è esposto nelle vicinanze dell’attuale Olivetti e poi recuperato dal parroco della Chiesa dell’Annunziata, Mons. Giovanni Moio, che lo porta al cimitero.

Il 27 settembre De Matteo Francesco, nato a Napoli il 30 maggio 1920, è catturato nel capoluogo e condotto a Lucrino nel provvisorio campo di detenzione. Da qui tenta di evadere ma è ucciso dai suoi aguzzini.

Nello stesso giorno sono giustiziati, sembrerebbe sempre a Lucrino, i fratelli Gennaro e Eduardo Colucci. Di loro non si possiedono dati anagrafici e non si hanno altre notizie certe.

Il 29 settembre in Località Cupa Fredda, nei pressi della via Montagna Spaccata a Pianura, sono catturati sette partigiani combattenti delle Quattro Giornate di Napoli. Nascosti sotto l’arcata di un ponte sono scovati da 20 soldati tedeschi, capeggiati da un ufficiale; sono radunati e falciati da sventagliate di mitragliatrice, cinque sono uccisi subito e due sopravvissuto moriranno in seguito per le gravi ferite riportate.  Di sei si conoscono le generalità, dell’ignota settima vittima solo l’apparente età:
-Gallo Gaetano, nato a Napoli il 4 aprile 1918;
-Mangiapia Fedele, nato a Pianura nel 1917 (secondo una fonte) o a Napoli il giorno 11 febbraio 1923 (secondo altra fonte);
-Mele Evangelista, nato a Pianura il giorno 8 settembre 1881, morto poi il 1 gennaio 1944;
-Vaccaro Antonio, nato a Pianura il 5 ottobre 1908, morto poi in ospedale;
-Varriale Luigi, nato a Napoli il 5 gennaio 1910 (secondo altri nel 1911). Manovale;
-Virgilio Salvatore, nato a Napoli il giorno 1 gennaio 1925 (o 7 gennaio secondo altri), manovale;
-Ignoto, apparente età di 30 anni.

Il 30 settembre Giulia Fasano, nata a Pozzuoli il 21 luglio 1927, si sta recando con la sorella Emilia alla fontana pubblica in via Miliscola Località Arco Felice, per attingere acqua, quando è colpita da alcuni colpi di mitra sparati da soldati tedeschi appostati nella vegetazione [25]. La sorella, illesa, recupera il corpo di Giulia, venendo per questo schernita dai soldati.

Secondo un’altra versione Giulia Fasano, il cui fratello Nicola sarà deputato alla Camera per il Partito Comunista Italiano, ha provveduto a tagliare alcuni cavi telefonici in via Montenuovo, scoperta dai tedeschi è da questi mitragliata.
Tutte le versioni concordano sui dati della giovane donna, sulla località e sulla data dell’eccidio, ma alcuni riferiscono che Giulia sia stata uccisa da militari di passaggio su di un camion ed altre dicono che sia stata sparata da un ultima motocarrozzetta che si accingeva a lasciare la zona.
Probabilmente la stessa motocarrozzetta che poco prima incomincia a lasciare Pozzuoli fermandosi all’ingresso di Villa Maria, in via Miliscola. Ne scende un sottoufficiale che entra nel cortile e con il calcio del fucile cerca di sfondare i battenti dell’ormai vuoto cellajo e della disabitata casa colonica. Passa poi a sbattere il vicino portone, anch’esso sbarrato, e sul ballatoio delle scale, al primo piano, si trova mio padre Carmine Peluso ancora armato di moschetto e bombe a mano. Il tedesco spara qualche colpo contro la massiccia serratura e mio Padre, che nascosto segue la scena, è ormai pronto a sganciare una bomba non appena l’invasore metta piede nell’androne.
Ma intanto l’altro camerata, con la sua motocarrozzetta, si è diretto verso la fontana romana posta davanti al vecchio mulino; dalle socchiuse persiane mio Padre lo vede armeggiare con bustine svuotate nel serbatoio del motoveicolo in cui poi versa l’acqua della fonte (benzina sintetica?) [26]. 

Poi a gran voce richiama il suo capopattuglia che fortunatamente lo raggiunge ed entrambi provvedono a riempire quelle che sembrano le loro borracce; nel desolato silenzio ripartono velocemente verso Arco Felice e forse verso il tragico destino della giovane Giulia.

Il 2 ottobre 1943, il gruppetto di amici composto da Scamardella Leonardo (nato a Bacoli il 24 giugno 1926), il fratello Scamardella Biagio (nato a Bacoli il 5 novembre 1909), Michele Carannante (nato a Bacoli il 1 ottobre 1927) e Bartolomeo Scotto di Luzio (nato a Monte di Procida il 22 marzo 1909), corrono ai piedi dell’acropoli, nell’area degli appena minati bunker della difesa costiera, dove trovano vari residui bellici abbandonati dalla guarnigione italiana (vedi i Bunker di Cuma).
I quattro iniziano a giocare con queste armi ed uno di loro spara anche qualche colpo in aria che però attira l’attenzione di una pattuglia tedesca che ancora si aggira nei paraggi.
Quando la squadra tedesca si avvicina i tre gettano le armi e scappano, riescono a percorrere solo pochi metri perché sono subito abbattuti dal fuoco, raffiche di mitra e lancio di bombe a mano, dei soldati che non perdonano l’imprudenza e la curiosità dei poveri giovani.
Unico superstite è Bartolomeo Scotto di Luzio che, seppure ferito, riesce a scappare; sui corpi dei caduti i tedeschi infieriscono a colpi di baionetta.

Lo stesso giorno (qualche fonte parla del giorno 3 ottobre) nella vicina Licola è fermato dai tedeschi Galassi Dino, nato a Villamarzana (Rovigo) il 1 aprile 1928. Il Galassi, di una delle tante famiglie venete venute a coltivare le nuove terre bonificate, si aggira per le paludi che ancora circondano gli insediamento della Opera Nazionale Combattenti, probabilmente in cerca di selvaggina. Pertanto è armato di un fucile da caccia ma questo particolare non è gradito dai soldati tedeschi che lo uccidono direttamente sul posto.

Il 4 ottobre l’ultima uccisione già ai limiti del Campi Flegrei, in località Varcaturo, comune di Giugliano. Bovenzi Giovanni, nato a Cancello Arnone il 26 luglio 1901, è ucciso con colpi di pistola alla fronte mentre sta attraversando il ponte Varcaturo per recarsi in casa della sorella in contrada Campanariello. Il reparto tedesco è la 10° batteria del Panzer-Artillerie-Regiment della Divisione “Hermann Göring“.


L’eredità lasciata dai tedeschi
Il primo ottobre 1943 gli ultimi tedeschi, inseguiti dalle prime pattuglie meccanizzate alleate, lasciano le coste flegree e, attraverso la Domiziana, si ritirano oltre la foce del Lago Patria.
Qui si attestano dietro la nuova linea di difesa, da loro denominata “Anni”, che iniziando dalla costa prosegue nell’entroterra seguendo il corso dei Regi Lagni. E’ questa la prima di una lunga serie di linee di fortificazione create per ritardare l’avanzata alleata; poco dopo c’è la linea “Viktor”, che va dalla foce Volturno, agli Appennini alla foce del Biferno in Adriatico; poi la linea “Barbara” che va dalla foce del Garigliano agli Appennini alla foce del Trigno, sempre in Adriatico; e infine la linea “Bernhardt”, che è una variante della definitiva linea “Gustav”, che attraverso Cassino e gli Appennini arriva ad Ortona seguendo il corso del fiume Sangro [27]. 

Gli ordini sono di resistere su queste varie linee per un certo numero di giorni e pian piano indietreggiare per poi attestarsi su Cassino.
Durante la loro ritirata lungo la statale Domiziana alcuni loro autocarri sono attaccati da alcuni civili armati e da un gruppo di Carabinieri, comandati dal sottotenente Pasquale Mastrogiovanni, nella zona di Licola.

Con il ritiro dei tedeschi dietro le linee fortificate non finiscono i guai per le nostre popolazioni; anzi inizia quella terza fase rappresentata dalle improvvise detonazioni di ordigni a scoppio ritardato.
C’è la necessità tattica di fare terra bruciata agli alleati che stanno arrivando; pertanto la distruzione del territorio, già disastrato, è perpetrata con grande violenza poiché cìè la volontà di vendicarsi contro gli italiani che hanno “tradito”.
Mettono mine dappertutto e lasciano congegni in tutti quegli edifici pubblici o privati (alberghi, scuole, municipi, ville e palazzi nobiliari) che potrebbero essere utilizzati come acquartieramento o ospedali dalle truppe nemiche.

Un classico esempio ci è dato dell’Albergo dei Cesari dove i guastatori tedeschi innescano una serie di detonazioni ad orologio destinate a scoppiare, come in effetti avverrà, alla mezzanotte del 5 ottobre quando la struttura, presumibilmente, sarà occupata da truppe alleate [28].

L’esplosivo può essere attivato in modi diversi, principalmente in seguito a strappi, fili tesi o a pressione, ma quello in cui eccellano i tedeschi è prevedere come il nemico avrebbe innescato l’ordigno. Si ricorda un curioso episodio in cui i tedeschi hanno piazzato una carica esplosiva dietro ad un quadro attaccato appositamente storto sul muro di un albergo. Quando un ufficiale alleato lo vede, seguendo uno schema mentale metodico, decide di raddrizzare la cornice saltando in aria insieme a tutto il muro.

Tutto questo dispiegamento di piccole trappole esplosive fa diverse vittime tra le forze alleate ma ne fa molte di più tra i nostri bambini.
Finalmente i tedeschi vanno via e la gente dimentica le violenze, tra le altre il ferimento, a Pozzuoli, di Angela Loffredo che cerca di impedire che i tedeschi portino via la figlia quindicenne, Claudia Gragnaniello.
Solo nel maggio 1945, a guerra conclusa, alla porta di città è posta una targa che commemora le vittime dei nazisti con queste parole [29]:


CADUTI IMPAVIDI
SULLA VIA SANGUINOSA E GLORIOSA DEL RISCATTO
VITTIME DI TEUTONICA BARBARIE
I PATRIOTI E LA CITTADINANZA PUTEOLANA
VINDICI
NEL MERIGGIO DEL SECONDO RISORGIMENTO
POSERO

BIBLIOGRAFIA
G. Gribaudi - Le stragi naziste sul fronte meridionale – 2003
S. Pocock – Campania 1943 – Provincia di Napoli - 2009
Sacro Cuore ai Gerolomini – Per non Dimenticare – 2010
E. Samuele Guardascione – Testimonianza Scotto di Vetta – 2012
G. Fortezza – Ricordi Ferrovia Cumana – 2017
A.M. D’Isanto – Ricordi di Famiglia
G. Chiocca – Collezione Privata
I. Insolvibile – Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia


GIUSEPPE PELUSO