mercoledì 26 ottobre 2011

Duello al Serapeo

Duello al Serapeo
Sfida tra Impero Francese ed Impero Russo

Mercoledì 12 ottobre ho assistito, nella splendida cornice di “Villa di Livia”, alla presentazione della nuova rivista quadrimestrale “La Sibilla Cumana”, naturale erede di “Bollettino Flegreo” e di “Campi Flegrei”. In questa occasione ho acquistato, per soli 5 euro, lo speciale numero zero, uscito lo scorso luglio, e sono stato attratto dal bellissimo articolo di Francesco Lubrano: “Raimondo Annecchino in una poco conosciuta pagina di inizio novecento”.
Lubrano tratta uno di quegli argomenti, relativamente ai Campi Flegrei, solitamente diversi e da me tanto prediletti; in questo caso l’usanza tra “gentiluomini” di risolvere le dispute d’onore incrociando le lame.
Cuore dell’articolo è il duello, che il 2 agosto 1901 vede protagonisti i puteolani Raimondo Annecchino e Giovannangelo Oriani, generato da un presunto scritto dell’Annecchino, pubblicato sul giornale “1799”, ritenuto offensivo dall’Oriani. Nella sua gustosa carrellata l’autore accenna anche ad un duello, tra il Ministro di Francia ed il Ministro di Russia, che si svolse il 2 gennaio 1812 all’interno del Tempio di Serapide. Ma in questo caso lo scrittore riferisce di non conoscere la ragione della contesa fra così illustri personaggi.
Questa lettura mi ha stuzzicato facendomi sovvenire questo episodio per il quale ben ricordavo la ragione del contendere ma non altrettanto bene i particolari. Pertanto sono andato a rileggermi questa cronaca che, per la sua doppia veste tragicomica, penso sia degna d’essere divulgata.





Siamo al primo gennaio 1812 e sul trono di Napoli siede Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Da poco è nato, all’Imperatore e cognato, il tanto atteso erede che è chiamato “Re di Roma”.
Gioacchino per impostargli riverenza si reca a Parigi e benché si credesse che vi rimanesse fino al battesimo, per accrescerne la pompa, inatteso torna a Napoli mostrando inquietudine. Il potente cognato continua a trattarlo da “vassallo” e lui, per rivalsa, ha già in mente una parziale affrancazione del Regno di Napoli da così stretta sottomissione. Inizia con un decreto che congeda le schiere francesi e stabilisce che nessun forestiero, se non prima dichiarato cittadino napoletano, possa restare come stipendiato civile o militare al suo servizio. Questo ardito comando spiace al Bonaparte il quale sarcasticamente commenta: «Ai compagni di patria e di fortuna di Gioacchino Murat, nato francese ed asceso al trono di Napoli per opera dei francesi, non abbisogna la qualità d’essere cittadino napoletano per avere in quel reame uffizi civili e militari». Poi, per ulteriore “sgarbo”, Bonaparte ritira il suo Ministro Ambasciatore dal Regno di Napoli ed invia in sua vece un Ministro Plenipotenziario; con questo intende sottolineare la natura subalterna del reame napoletano e la sua negazione come stato indipendente e sovrano.
Giacchino, impetuoso per natura, si infuria con il cognato; pochi Napoletani, timidi e servili, biasimano l’ardire di Gioacchino; solo la regina riesce, in parte, a placare gli sdegni fidando meno nel giusto del marito e assai più nel giusto del fratello.





Come riferito siamo al 1 gennaio 1812 ed in corte stanno per iniziare le usate riverenze al re ed alla regina, seduti al trono, per l’entrante nuovo anno.
Primi ad essere introdotti, come è d’uso in tutte le corti, sono i Ministri Ambasciatori dei re stranieri. Per questa incombenza necessita chiarire le usanze del cerimoniale, stabilite in un complesso diritto internazionale, con fissate regole di precedenza in parte ancora in vigore. L’ordine di introduzione dovrebbe essere il seguente:
1) L’inviato dello Stato Pontificio, il Nunzio Apostolico, che ha il rango e le medesime prerogative degli ambasciatori di qualunque altro Paese. Negli stati cattolici gli è riconosciuta di diritto la carica di decano del corpo diplomatico, indipendentemente dall'anzianità di nomina, e può godere della precedenza protocollare.
2) Il Ministro Ambasciatore di un re appartenente alla stessa casa del locale regnante; anch’egli può godere della precedenza protocollare.
3) I Ministri Ambasciatori di tutti gli altri regni seguendo un preciso ordine stabilito in base alla data di presentazione delle loro credenziali. Quello che vanta la nomina più anziana viene dichiarati “Decano” e gode della precedenza protocollare; gli altri seguono in ordine.
4) I Ministri Plenipotenziari, che sono agenti diplomatici di rango immediatamente inferiore all'ambasciatore e non sono considerati, a differenza di quest'ultimo, rappresentanti personali del proprio capo di stato. Di conseguenza, non gli spettano l'appellativo di “sua eccellenza” e il privilegio di chiedere in ogni momento udienza al capo dello stato.





Ora, presso il murattiano regno di Napoli non è presente il Nunzio Apostolico per la scomparsa dello Stato Pontificio; occupato da Napoleone e incorporato nei domini diretti dell’Impero francese.
Non c’è neppure l’Ambasciatore di Francia, i cui sovrani sono imparentati con i sovrani di Napoli, poiché Napoleone, tenendo a fastidio Gioacchino e volendo dimostrare al mondo che non ha riguardo neppure per i congiunti, ha spedito a Napoli, come visto, il signor Durant con il semplice titolo di Plenipotenziario.





Per la qual cosa il Ministro Ambasciatore di Russia, Dolgorouky, decano di tutto il corpo diplomatico, certo delle sue prerogative e della sua precedenza, si affretta ed attraversa velocemente le varie sale per essere poi il primo dell’iniziante cerimonia.
Ma il Plenipotenziario di Francia Durant, forte dell’appartenenza ad uno stato imparentato con i sovrani di Napoli, si affretta esso pure per giungere primo nelle vicinanze della sala del trono.
Entrambi i due Ministri, intuitesi l’uno dell’altro, allungano il passo per svalutare di fatto l’intento del concorrente.
Tutto il seguito, composto dal Corpo Diplomatico, dai Ministri del Governo, dai Nobili e da tutti gli altri Cortigiani non riesce a star loro dietro e per non rinunciare, ognuno a propri privilegi e prerogative, si vede costretto a marciare come in una rapida avanzata militare.
La scena acquista una naturale comicità aggravata dalla pompa dei convenuti che, come in tutti i reami napoleonici, sembrano più cortigiani da operetta che stretti osservanti di antiche e nobili etichette.
Il russo è grande di persona e fiero d’aspetto, il francese piccolo e sparuto; l’età di entrambi è sul primo confine della vecchiaia.
Giunti sull’uscio della sala si inoltrano contemporaneamente nella stanza del trono, in riga, frettolosi, Dolgorouky e Durant.
Il Ministro russo, per il più disteso passo, è di già vicino ai sovrani da ossequiare quando il Ministro francese, resosi conto della possibile disfatta, presogli il braccio lo trattiene. Allora il russo, con occhio ed impeto barbaro, pone il pugno sull’elsa della spada. Il francese, ormai rotto ad ogni possibile conseguenza, pone in essere la stessa mossa anche se nessuna lama sporge dal suo fianco. I presenti fanno per dividerli. Il re si alza e muove loro incontro; ad entrambi dice che loda il loro zelo di giungere primi per offrirgli omaggio. Poi continua senza dare a nessuno dei due argomento di preferenza ed infine li congeda. Si susseguono altri ministri e cortigiani e, una volta che tutti sono partiti, sembra che la contesa sia finita.





Ma non è come appare. Ritenendo incolmabile l’affronto, i due Ministri si scambiano i “cartelli di sfida” ed i rispettivi padrini concordano la data ed il luogo dell’inevitabile duello. Le mie fonti non specificano la data che Francesco Lubrano, nel sopraindicato articolo, riferisce essere il giorno dopo, 2 gennaio 1812. Data, questa, probabilmente riportata dal citato inedito manoscritto di Giuseppe De Criscio che confesso di non aver mai letto.
Quale luogo viene scelto il puteolano Tempio di Serapide, esattamente l’interno del centrale cortile, che è anche seminascosto alla vista dei curiosi grazie la folta vegetazione perimetrale. La sua scelta, quale terreno di sfida, è probabilmente legata ad una sproporzionata ed errata venerazione verso il mondo classico ed i suoi reperti.
Ad assisterli, ci sono i padrini, il medico, il maresciallo di palazzo Excelmans ed il segretario di ambasciata russa Benkenendorff. Solo qualche curioso nostro concittadino si accorge della loro presenza e del loro effettivo intento; i più credono che trattasi dei soliti viandanti sia nazionali che stranieri, i quali giornalmente ed in numero non scarso recansi a diporto per visitare i vicini luoghi e tutte le antichità onde son pieni questi nostri ameni siti.
All’improvviso giungono le vigilanti autorità di Polizia che interrompono i cominciati combattimenti e pregano i duellanti, per lo impero delle leggi, a ritirarsi. Non sappiamo se gli agenti siano stati avvisati da qualche atterrito puteolano o siano stati inviati, con preghiera di palesarsi nel momento più opportuno, da qualche informata regia autorità. Sta di fatto che il Dolgorouky è stato leggermente ferito di spada all’orecchio destro dal Durant che sarà pure stato meno lesto nelle gambe ma si è ora dimostrato molto più svelto con le lame. Il russo viene prontamente curato dal medico assistente e poi i due sfidanti si stringono la mano dichiarandosi entrambi soddisfatti.
Sebbene in quel periodo covassero odi segreti tra i due imperatori di Russia e di Francia entrambi, simulando modestia e dichiarando privata la contesa, revocano dal loro incarico i due maldestri Ministri.





Naturalmente il tutto è da me tratto, con qualche licenzioso incremento, dalla “Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825” scritta dallo storico Pietro Colletta. Essa ne rappresenta la sua opera più importante ed è ancora considerata un riferimento per la storia di quel periodo. Fu pubblicata postuma da Gino Capponi, che vi aggiunse delle notizie sulla vita del Colletta, nella prima edizione originale del 1834.
Proprio da una preziosa copia di questa edizione, uno dei pochi vecchi libri che sono riuscito a salvare dalla depredata casa paterna in “Villa Maria”, ho appreso di questa farsa che poco mancò si trasformasse in dramma.











Giuseppe Peluso

lunedì 17 ottobre 2011

Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice









Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice

Nell’estate del 1943 i Campi Flegrei ospitano importanti capisaldi dei reparti di Difesa Costiera del Regio Esercito. Seguendo la piantina n. 1 notiamo, cerchiati in rosso, il caposaldo “Bologna” nella zona posta tra il Castello di Monteleone e la rotonda di Maradona, il caposaldo “Bolzano” nella zona di Grotta dell’Olmo, il caposaldo “Bari” nella zona di Licola e Monte San Severino, il caposaldo “Bergamo” nella zona posta tra la Schiana e Masseria Ferraro, il caposaldo “Brescia” che fa perno sull’Acropoli di Cuma e che da solo meriterebbe uno studio approfondito, il caposaldo “Biella” nella zona di Torregaveta ed il caposaldo “Brindisi” nella zona delle Mofete e della Sella di Baia.
Inoltre, sempre nei Campi Flegrei, troviamo alcuni Posti di Blocco Costieri (PBC) a presidio di importanti incroci o obbligati punti di passaggio. Nella stessa piantina questi PBC sono indicati con una grossa “X” in rosso. Essi sono il “Benvenuto” sulla Domiziana altezza Lago d’Averno, il “Buonanno” alla Punta Epitaffio di Baia, il “Bernardo” ad Arco Felice, il “Beato” al quadrivio dell’Annunziata, il “Bruno” alla Montagna Spaccata e così altri ancora ad Agnano ed a Nisida.





I posti di Blocco hanno nomi maschili ed i capisaldi nomi di città; entrambi iniziano con la lettera “B” e sono posti sotto il Comando Difesa Porto di Napoli el Generale Ettore Marino, con sede a Castel Sant’Elmo, responsabile del tratto di costa dalla Foce di Licola a Capo d’Orso di Vietri sul Mare.
Il tratto di costa nord da Foce di Licola al Garigliano è invece sotto la giurisdizione della XXXII Brigata Costiera del generale Carlo Fantoni con sede a Villa Literno. I suoi Capisaldi ed i suoi Posti di Blocco iniziano tutti con la lettera “A”.
La 222° Divisione Costiera, al comando del Generale Ferrante Gonzaga che sarà trucidato dai tedeschi, è a guardia della costa salernitana. Nelle zone interne della Campania c’è qualche raccogliticcia Divisione di fanteria reduce dalla Russia, in ricostituzione. Il tutto è sotto il Comando del XIX Corpo d’Armata del generale Pentimalli.





In queste poche righe ci soffermiamo solo sul Posto di Blocco Costiero “Bernardo” che domina l’importante quadrivio di Arco Felice e costituisce l’ultima barriera verso Pozzuoli, il suo porto e la sua importante zona industriale. Questo PBC nell’estate del 1943 è presidiato da poco più di una ventina di uomini del 230° Battaglione Costiero a sua volta inquadrato nel 117° Reggimento, comandato dal Colonnello De Lorenzo, la cui competenza, nell’ambito della suddetta “Difesa Porto di Napoli” va dalla Foce di Licola a Portici. Esso è armato con un fucile mitragliatore, una mitragliatrice ed uno o due cannoni contro carro; oltre l’armamento individuale dei fanti di presidio. Il principale ostacolo messo in opera, come si nota dalla foto n. 2 ripresa da nord, è uno spesso muro di cemento con incorporate due piattaforme per cannoni anticarro più qualche altra postazione per arma automatica. Un blocco di cemento dall’altro lato della strada crea una obbligata strettoia su cui insiste una barra che viene alzata solo dopo un formale riconoscimento effettuato dalle sentinelle. Dalla foto si nota pure un’altra barriera posta a tergo ad ulteriore difesa della precedente. Tra le due barriere fortificate c’è su di un lato l’ingresso a “Parco Augusto” e sull’altro l’ingresso al “Parco De Martino”.
La foto n. 3 riprende da sud la principale opera difensiva; ne mostra la particolarità costruttiva con le due piattaforme di tiro sfalsate in altezza così come pure mostra il quadrivio che va a controllare, e che sarebbe poi l’odierna Piazza “Aldo Moro” di Arco Felice. Da un attento esame della struttura si nota che la sua conformazione permette anche una difesa posteriore nel caso fosse aggirata da questo lato.
Ancora più distanziata verso sud, come mostra la foto n. 4, si trova una ulteriore postazione per cannone anticarro ben mimetizzato dietro il muro di un giardino. Proprio su questa struttura lo scrivente cerca conferma da qualche puteolano che ben ricordi lo stato dei luoghi. Gli esperti americani, e la rivista militare francese “Tank Zone” che ha ripreso l’argomento ed a cui vanno i ringraziamenti per le immagini riprodotte, riferiscono che questa postazione doveva assolutamente trovarsi nei giardini della scuola “Vittorio Emanuele III”. Il sottoscritto invece pensa di riconoscere il giardino come quello appartenente alla villa posta nella curva della provinciale Via Miliscola, di fronte alla stazione della Ferrovia Cumana.
Le tre strade che confluiscono al controllato quadrivio hanno tutta una serie di blocchi parzialmente rimovibili composti da denti di drago, reti di filo spinato e cavalli di Frisia.





Il giorno 8 settembre 1943 è dichiarato l’armistizio tra gli Alleati e l’Italia badogliana e quella stessa notte il Posto di Blocco di Arco Felice cade in possesso delle truppe tedesche che all’Albergo dei Cesari di Lucrino hanno posto il comando del 115° Reggimento della Divisione “Hermann Goring”.
Nella presta mattinata del giorno 9 da Napoli parte un Compagnia costituita presso il deposito del 1° Reggimento Bersaglieri e comandata dal Capitano Milano. Al sopraggiungere di questa unità autocarrata i tedeschi abbandonano il quadrivio e gli italiani riprendono possesso del Posto di Blocco. I Bersaglieri riorganizzano il Presidio con i primi sbandati sia dello stesso PBC che dei serventi delle Batterie da 90/53 che si trovavano nel vicinissimo Lido Augusto. Poi nel primo pomeriggio ritornano a Napoli richiamati dal quel Comando di Zona per esigenze che si preannunciano ben più gravi. Il Comando tedesco di Lucrino è costituito da ufficiali, furieri e porta ordini, e molti di loro sono abituali frequentatori della cucina casareccia che i coloni Biclungo hanno messo su a Villa Maria principalmente per i marinai che vi dimorano in quella che in precedenza era la Scuola Marittima.
Questo Comando tedesco, buon conoscitore dei luoghi, si trova nuovamente isolato tra i Posti di Blocco di Arco Felice e della Domiziana da un lato ed i Posti di Blocco e Capisaldi di Baia dall’altro lato. Quindi prende la giusta decisione di far rioccupare, dal grosso delle sue truppe che sono stanziate parte nella zona della Grotta del Sole e parte e nella zona di Via Campana, i PBC di Arco Felice e Domiziana ed avere così libere le strade di rifornimento e garantite le eventuali vie di fuga. Questa mossa alleggerisce la pressione sui Capisaldi italiani di Baia, di Cuma e di Masseria Ferraro e permette loro di resistere, raro esempio di eroismo ed abnegazione nei tragici giorni dell’armistizio, fino alle prime ore del giorno 11 settembre.
Nella zona di Baia le truppe italiane sono numerose pur se composte da una accozzaglia di reparti. In un rapido conteggio possiamo annoverare i reparti costieri che presidiano il caposaldo “Brindisi”, il Posto di Blocco “Buonanno” ed il Comando del 230° Battaglione ivi stanziato. Sempre del Regio Esercito, ma facenti parte dell’Artiglieria Contro Aerea, ci sono la 463° Batteria con pezzi da 90/53 sulla Sella di Baia; la 1058° Batteria con pezzi da 20/65 alla Punta Epitaffio; la gemella 1059° Batteria al Castello Jannon; la 342° Batteria con pezzi da 37/54 alla Sella di Baia. In zona ci sono anche Artiglieri della ex Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e Fotoelettricisti oltre a “Posti di Osservazione Aerea” della Regia Aeronautica e della Regia Marina. Quelle della sola Baia sono, sulla carta, unità di tutto rispetto ben fortificate sul terreno e con armi, come i pezzi da 20/65 e 90/53, a doppio uso contro aerei e contro carri. Ma queste unità sono composte da stanchi reduci di micidiali battaglie combattute in Libia, nei Balcani, ed in Russia; e da classi di richiamati, anziani e territoriali, con poca esperienza ed addestramento. Per questi motivi, per lo storico vizio italiano di creare innumerevoli e diversi Enti, e per mancanza di ordini da parte di Comandi ormai scomparsi, le pur numerose truppe italiane sono in piena dissoluzione e verso la fine del giorno 11, dopo un generale “tutti a casa” i tedeschi riescono a controllare tutta la zona. Presso il comando del 230° Battaglione Costieri è presente il Padre dello scrivente, reduce da tre duri anni trascorsi in Africa Settentrionale. Allo scioglimento dei reparti si dirige verso “Villa Maria”, dove nasconde e alloggia anche tre camerati originari di altre regioni.





I Campi Flegrei e Pozzuoli restano ancora venti giorni sotto la micidiale occupazione tedesca e poi il primo ottobre sopraggiungono gli alleati. Gli americani scattano foto, prendono appunti e disegnano schizzi di tutti i bunker e posti di blocco italo-tedeschi che incontrano da Salerno a Cassino. Questo ci ha oggi permesso di mostrare le rare immagini scattate al quadrivio di Arco Felice.





Giuseppe Peluso