lunedì 14 maggio 2012

Uno Zeppelin su Napoli

                                        











Uno Zeppelin su Napoli

Il Dirigibile L.59 bombarda i Campi Flegrei

 

In un precedente articolo ho accennato al primo e unico bombardamento subito da Napoli durante la Grande Guerra ad opera di un dirigibile tedesco. Qualche incuriosito lettore ha chiesto maggiori informazioni pertanto, anche in considerazione del sorvolo di Territorio Flegreo,  ritengo opportuno riportare una pagina di storia molto interessante ma poco conosciuta.
Nel corso del 1917 l’Alto Comando tedesco matura l’idea di portare soccorsi al lontano Tanganika dove ancora resiste, benché circondato da truppe dell’Intesa, l’esercito coloniale del generale Paul von Lettow - Vorbeck. Si ritiene che il mezzo idoneo non possa essere né un sommergibile né una nave dato che von Lettow è già stato costretto ad abbandonare l'ultimo lembo dell'Africa orientale tedesca e a ripiegare oltre il fiume Rovuma all'interno della colonia portoghese del Mozambico e non si sa se le coste della colonia germanica siano ancora libere o conquistate dalle forze britanniche. Quindi si punta sul mezzo aereo e precisamente sul “più pesante dell'aria”, capace di un'autonomia molto maggiore di quella degli aeroplani; per non parlare del problema relativo al trasporto dei materiali che solo un grande dirigibile può risolvere in maniera adeguata.
In Germania fin dal 1908 la ditta Luftschiffbau Zeppelin GmbH, del conte Ferdinand von Zeppelin, sta sviluppando un tipo di dirigibile rigido che entro il 1938 sarà prodotto in un totale di 119 aeronavi. La scelta cade sul dirigibile LZ.104 [1], che ha appena effettuato il volo di prova il giorno 10 ottobre 1917, designato L.59  dalla Imperiale Marina Tedesca cui appartiene. La società Zeppelin numera i suoi dirigibili LZ 1/2/..., dove LZ sta per "Luftschiff (aeronave) Zeppelin"; la Marina Tedesca li numera semplicemente L 1/2/....; e l'esercito tedesco li chiama Z I/II/.../XI/XII.
Si tratta di una grande aeronave, lunga 196 metri, che in vista del lunghissimo volo sui cieli africani viene sottoposta ad imponenti lavori di ingrandimento. Gli sono aggiunti ben 30 metri di lunghezza, portandola a 225 metri, con un diametro di 24 metri, di modo che il suo volume interno si accresce a 68.500 metri cubi. Diviene così il più grande dirigibile che si sia mai visto al mondo, sino a quel momento. Viene studiata la maniera di ottimizzare il trasporto del materiale destinato alle truppe di von Lettow. Una parte dell'involucro avrebbe potuto essere impiegata, una volta giunto il dirigibile a destinazione, come telo da tenda e per la confezione di abiti; mentre persino i palloni contenenti il gas potranno trasformarsi in sacchi impermeabili per dormire. I motori sarebbero stati impiegati per alimentare la dinamo della stazione radio che lo stesso dirigibile trasporta; il telaio di alluminio, smontato, avrebbe fornito la struttura per le barelle da campo, per l'impalcatura delle baracche, e perfino per costruire una antenna radio.
Il peso complessivo dell'aeronave è di 79.500 kg dei quali 27.600 sono dati dal peso della struttura e i restanti 52.000 dal materiale trasportato. Essa è azionata da cinque motori di 240 cavalli ciascuno, che le permettono di raggiungere una velocità massima di circa 100 km all'ora, anche se praticamente la velocità media non supera i 70 km all'ora. Infine, vi è a bordo una stazione radio Telefunken della potenza di 800 watt. Il carico comprende, fra l'altro, 312.000 cartucce per fucile, 30 mitragliatrici con 9 canne di ricambio, 230 nastri e 54 casse di cartucce, 4 fucili automatici con 5.000 cartucce, 61 sacchi di medicinali e materiale di medicazione, posta, utensili, pezzi di ricambio per la radiotelegrafia, vestiario, viveri.  Il peso della benzina è di 22.000 kg, quello dell'olio di 1.500 kg; altri 9.200 kg sono il carico d'acqua, più 400 kg di acqua potabile. L'equipaggio è formato da 22 persone; lo comanda un ufficiale di grande esperienza, Ludwig Bockholt, affiancato dal tenente Grussendorf.
In vista della missione si trasferisce a Jambol, in Bulgaria alleata degli Imperi Centrali, che è anche la base aerea più meridionale d'Europa. Il viaggio di trasferimento  del L.59 dal cantiere di Staaken, presso Spandau, inizia il mattino del 3 novembre 1917 e raggiunge Jambol, dopo un volo di 28 ore, a mezzogiorno del 4 novembre. La partenza per l’Africa deve essere rimandata più volte a causa delle sfavorevoli condizioni del tempo. Dopo un primo tentativo fallito, il 13 novembre, il dirigibile si leva per la seconda volta il giorno 16; ma, incappato in un violento temporale e fatto oggetto al fuoco della fanteria turca, loro alleata ma ignara della sua nazionalità, decide di rientrare alla base dopo 32 ore di volo e quasi 1.500 km complessivi.
Finalmente, il 21 novembre alle cinque del mattino, ha luogo la partenza definitiva. La località di atterraggio prefissata avrebbe dovuto essere l'altipiano del Makonda, ove si trovano le truppe di von Lettow; una distanza di oltre 6.700 km, che fa apparire l'impresa come qualche cosa di sbalorditivo, se non addirittura di temerario. Dopo aver sorvolato le coste occidentali dell'Asia Minore, Rodi e le altre isole del Dodecaneso, la grande aeronave taglia il Mediterraneo orientale e all'altezza di Sollum, in Cirenaica, si inoltra nel deserto del Sahara. Il dirigibile si dirige verso la valle del Nilo, tenendosi a una quota fra i 700 e i 1.000 metri, e prosegue al di sopra del Sudan, fin quando l'equipaggio può vedere la biforcazione del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, all'altezza di Khartoum.
Il più è fatto, e l'impresa finora compiuta può già ritenersi assolutamente eccezionale, per i mezzi dell'epoca. Ma la leggenda racconta che in campo avversario funziona una specie di telegrafia senza fili, e cioè il tamburo africano; tutti coloro che combattono in Africa sanno per bocca dei neri che un grande uccello europeo è in viaggio per aiutare Lettow. Certamente questa notizia misteriosa viene accolta con dubbio da una parte e dall'altra, da nemici ed amici; ma poi i britannici fanno circolare la falsa notizia che von Lettow è stato definitivamente sconfitto. Giunge allora un radiotelegramma dal Comando di Berlino che, sulla base della errata informazione, ordina al dirigibile di sospendere l'operazione e di rientrare. E’ una decisione affrettata; proprio in quelle ore von Lettow, attraversato il fiume Rovuma, sta per riportare una delle sue più belle vittorie, sconfiggendo le truppe portoghesi e impadronendosi di molto materiale bellico.
Invertita così la rotta, il dirigibile L.59 risale la valle del Nilo, riattraversa i cieli del Sahara, del Mediterraneo e dell'Asia Minore e, in perfetta efficienza anche se con l'equipaggio stanco e infreddolito, atterra a Jambol, donde è partito, alle otto del mattino del 25 novembre. Ha volato ininterrottamente, senza scalo, per 95 ore coprendo una distanza complessiva di 6.757 km alla velocità media di 71 km orari. Al momento dell'atterraggio l'aeronave ha a bordo ancora carburante per altre 64 ore di volo. La grande impresa dello Zeppelin resta avvolta in una cortina di riserbo, tanto che solo dopo la guerra il pubblico tedesco e mondiale viene portato a conoscenza del suo volo sopra la valle del Nilo e del tentativo di inviare il dirigibile in soccorso dell'esercito coloniale del generale Paul von Lettow-Vorbeck.
Il 10 marzo 1918 questo stesso dirigibile parte, sempre da Jambol, con l’intento di bombardare la città di Napoli. Dopo aver attraversato la Serbia e l’Albania, con un volo ad alta quota e sfruttando il buio, raggiunge prima l’Adriatico, poi la costa pugliese ed infine si dirige sulla città partenopea riducendo al minimo i motori e mantenendosi a una quota di 4.800 metri. L’alto potenziale bellico, trasporta un carico di 6.400 kg di bombe, dovrebbe colpire il porto di Napoli e le installazioni industriali della zona flegrea a nord della città; sia le acciaierie di Bagnoli che l’Armstrong di Pozzuoli. Ma le bombe sono frettolosamente sganciate prima sulla zona di S. Erasmo ai Granili, dove si contano 5 morti e 40 feriti e successivamente sulla zona di Posillipo dove provocano 11 morti e 35 feriti. Solo in ultimo, prima di riprendere indisturbato la via del ritorno, sono colpiti e lievemente danneggiati gli stabilimenti di Bagnoli [2]. Nonostante Napoli disponga di una postazione contraerea permanente installata a difesa del Porto e della zona industriale non c’è nessuna reazione, sia per l’attacco inaspettato e sia perché l’operazione è svolta nel buio totale. La città' è talmente colta di sorpresa dall'attacco che il Prefetto manda le Guardie e l'Esercito a presidiare i quartieri pensando che siano attentati, frutto di una rivolta popolare. Dopo si pensa all’azione di bombardamento di una squadriglia di aerei e solo più tardi cittadini e comandi militari vengono a sapere la verità. Vero è che il dirigibile è stato avvistato a Termoli dalla contraerea ma, per un guasto alle linee telefoniche, è impossibile dare l'allarme alla caccia, e poi nessuno si aspetta una impresa del genere, così lontana dal fronte, e nessuno ha sentore di un possibile attacco da una base situata in Bulgaria lontana oltre 1.000 km.
Per questo motivo i comandanti della difesa aerea di Foggia, Termoli e Napoli sono rimossi e, quale conseguenza del bombardamento, a protezione di Napoli viene schierata a Pozzuoli una squadriglia di caccia idrovolanti, tipo F.B.A., con sede nel lago di Lucrino dove è la locale “Industrie Aviatorie Meridionale” ad interessarsi della loro manutenzione.
Questa rappresaglia ha notevole eco nei Paesi dell’Impero centrale ed i loro giornali osannano l’impresa del dirigibile che ha colpito, ferendola, la più grande e più popolosa città italiana. Secondo fonte tedesca, il dirigibile ha bombardato con successo il porto militare e la centrale del gas come pure l'acciaieria e il porto di Bagnoli. Non riferisce dei colpiti quartieri civili e del mancato attacco all’Armstrong di Pozzuoli; continua riferendo che è stato un attacco ad alta quota, rimanendo ben al di sopra dei 10.000 piedi. Il quotidiano di Napoli, “Il Mattino”, il giorno dopo dedica più della metà della prima pagina al raid [3]. Il giornale dice che il bombardamento ha avuto inizio alle ore uno del mattino ed è durato circa 40 minuti; in tutto sono state sganciate circa 20 bombe e nessuna ha colpito un obiettivo militare. Tutte sono cadute a nord del porto, nel centro della città, uccidendo 16 civili e ferendone più di 40; non fa menzione della puntata contro l'acciaieria di Bagnoli. La maggior parte della copertina poi è retorica sulla barbarie dei nemici dell’Italia, Germania e Austria, ed aggiunge Napoli all’elenco delle eroiche città martiri come Londra, Parigi e Venezia, ognuna delle quali ha dovuto sopportare le crudeltà teutoniche.
Le bombe sganciate feriscono Napoli ma non la prostrano né mettono in ginocchio l’Italia. Immediate e veementi sono le reazioni e tra queste quella del sommo poeta d’Annunzio che da simile avvenimento trae spunto per realizzare il suo sogno; sorvolare Vienna con una squadra aerea. Egli non sgancia bombe ma lancia milioni di volantini tricolori su tutte le principali vie della città. Su ognuno vi è scritto “Viennesi. Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori, i tre colori della libertà.”
Poco tempo dopo la Croce Rossa Italiana emette un chiudilettera commemorativo “Pro Napoli” a ricordo dell’onta barbarica contro la città partenopea ed il cui valore da 5 centesimi va a beneficio delle vittime di quella tragica notte [4].
La carriera del L.59 si conclude bruscamente, e nel modo più tragico, meno di un mese dopo  quell'impresa, il 7 aprile 1918. Nel corso di una progettata incursione sull'isola di Malta esso esplode in volo sullo stretto di Otranto nell'Adriatico, per ragioni sconosciute. Si dice che, avendolo scambiato per un dirigibile britannico, sia stato colpito dal "fuoco amico" di un U-boat tedesco, o che sia stato abbattuto dal fuoco nemico. Probabilmente è solo un incidente tecnico che incendia il gas altamente infiammabile contenuto nei sacchi. Ad ogni modo, precipita in fiamme, con l'intero equipaggio, nelle acque del Mediterraneo, che divengono la sua tomba.

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 14 aprile 2012

martedì 8 maggio 2012

Che festa la mia Pasqua











Che festa la mia Pasqua
Tradizioni alla Starza

Da sempre il mondo contadino festeggia la fine dell’inverno ed il risveglio primaverile della natura; così nel Territorio di Villa Maria alla Starza dove la Pasqua degli anni ’50 esalta questo passaggio. Pasqua si annuncia con fioritura, profumi, sensazioni, opportunità; tutto ha inizio la domenica prima, quella delle palme, l’ultima di quaresima.
Per questa particolare festa aiuto i nipoti dei coloni a preparare semplici croci, fatte intrecciando foglie di palme, che poi portiamo in Chiesa. Don Michele le benedice durante la Santa Messa quando ritiriamo anche i ramoscelli di ulivo, una delle poche piante non presenti nel giardino. La palma benedetta è usata quale buon auspicio ed abitualmente viene posizionata dietro le porte del “casone”, del “cellajo”, delle stalle e di altri ambienti.
Pasqua è anche purificazione e, per una comunità semplice e rurale come la nostra, significa candore. Si comandano grandi pulizie casalinghe e questo ci da l’opportunità di eliminare oggetti superflui portati all’interno nel corso del lungo inverno. Praticamente si provvede ad effettuare una vera e propria raccolta differenziata ed ecologica. Il legname viene riposto sotto una tettoia nelle vicinanze del forno; il ferro addossato ad un vialetto dove barre e “buatte” restano preda di erba e ruggine, dando forma a strane figure, in attesa di un eventuale riutilizzo [1]; la carta viene portata nel “cellajo” dove può servire da imballaggio sotto le “spaselle”; i residui alimentari, oggi definiti umido, vengono portati in una apposta buca incavata nel giardino, lontano dal fabbricato; infine quel poco che resta viene deposto nel secchio dell'immondizia che di sera è portato sul pianerottolo fuori della porta di casa. Questa immondizia, che di mattina è ritirata dal netturbino che si fa tutte le scale con un sacco sporco sulle spalle, mancante dell’organico non puzza ed il nostro androne non ne risente, diversamente da tutti gli altri che ho occasione di frequentare. Di solito sono io che porto alla buca l’immondizia da riciclare quale fertilizzante. Per raggiungere questa cavità percorro degli stretti sentieri che attraversano delle piane, coltivate a patate, passando vicino ad un'altra fossa, quella dei conigli. Ogni volta non rinuncio a sporgermi sul suo orlo per osservare, e “sfrocoliare” con bastoni occasionali, i timidi quadrupedi che l’abitano. Abbandonerò questa abitudine un giorno che, con più ardore, mi sporgo eccessivamente cadendo nella fossa; gli spaventati conigli si rifugiano nelle buche che solitamente scavano sul fondo della cavità ma io ancora più spaventato inizio a gridare e sono recuperato, per me dopo una eternità, dai coloni accorsi alle grida.
Le grandi pulizie effettuate nel “casone” dei coltivatori sono sbrigative e dopo una rapida ramazzata si bagna “u‘ ntrassuolo” con poca acqua, raccolta dalla cisterna del cortile, e lasciata cadere dolcemente da un bacile. Tra le loro poche suppellettili ricordo sul comò due campane di vetro che coprono altrettanti ignoti santi, realizzati con la stessa tecnica dei pastori drappeggiati, e poi una grande cornice che, dietro un vetro, custodisce la foto delle Loro Altezze Reali il Principe Umberto e la Principessa Maria Josè il giorno delle nozze. Sono belli e imponenti i principi e Umberto sembra quello azzurro sullo scenario di una favola.
Esco dal Territorio solo per andare a scuola e lungo il percorso incontro carrette e carri, carichi di botti, “sporte” o “spaselle”, tirati da cavalli e somari che sporcano pesantemente le strade. Gli spazzini sono armati di apposite palette atte a staccare e raccogliere così intensa necessità. Per vederli all’opera sbircio fuori dal massiccio cancello e lungo la strada non di rado riconosco avanzare e lanciare richiami una donna che porta, ben in vista, un grosso uovo di cioccolata. Non lo vende, o meglio non lo vende direttamente; vende novanta numeri tra cui il fortunato primo estratto che Sabato Santo uscirà sulla ruota di Napoli. La donna grossa e vociante è ben conosciuta e le sue lotterie sono settimanali, abbinate ad avvenimenti sacri e profani del calendario. Parla molto, alcuni dicono essere una maliarda, i più la conoscono come la “giucessa”.
Il giovedì sera si recuperano i vassoi in cui si è seminato e fatto germogliare il grano e aggravati del loro peso si esce per raggiungere l’altare della Chiesa che per la celebrazione viene con essi addobbato. Così esposti diventano motivo di competizione per avere il merito del vaso più bello. Poi si torna a Villa Maria allungando l’andirivieni per partecipare allo “struscio”.
Altra occasione d’uscita è recarsi alla bottega di “donna Emilia a’ quartaiola”, gran bazar alimentare. La proprietaria è sempre dietro il grosso bancone ed il nipote, Santino, in giro per il negozio a prendere, staccare, misurare, pesare. Ha un fisico atletico associato ad un distinto portamento da vero “gentlman” e, sicuro della sua prestanza, fa la corte a tutte le signorine ed è galante con tutte le signore. Nel contempo è attento a tutto ciò che la zia gli ordina ed è altrettanto attento al marciapiede dove sono allineati in bella vista i sacchi pieni di legumi tra cui ceci abbrustoliti e “sciuscelle” molto ricercati da bande di scugnizzi divenuti improvvisati predoni. La “puteka” ha pane, pasta, farina e zucchero che sono venduti sfusi; legumi, formaggi e salumi venduti a peso così come pure tonno ed acciughe; poi l’olio per il cui acquisto è necessario portare un contenitore in cui viene versato solo dopo essere stato misurato in recipienti di giusta capacità.
Donna Emilia, in anticipo su tempi, ha di già inventato un unico certificato che funziona da Carta di Credito e da Carta Fedeltà. Trattasi di un libricino, con copertina nera, che racchiude piccoli foglietti sui quali la bottegaia, analfabeta ma da “nobel” in aritmetica, annota la somma della spesa giornaliera che poi viene saldata ogni settimana, quindicina o mese adattandosi elasticamente alla instabile retribuzione del debitore. Lei con dolcezza e risolutezza ricorda a tutti le scadenze e spesso, senza malizia, pronuncia: “Chi magna a Natale e pava a Pasca, fa 'nu buono Natale e 'na mala Pasca”.
Frutta e verdura li si raccoglie nel giardino dove si allevano anche i polli che, con l’allungarsi delle giornate, già tardano a ritirarsi nell’apposito recinto creato per loro in un sottoscala. Il latte lo si compra  direttamente nel fondo da Vittorio “o vaccaro”, ed il vino che si consuma giornalmente è un ottimo “aglianico” produzione “Starza”. Per Pasqua poi i coloni concedono, come da clausola contrattuale insieme a polli ed uova, il secondo e ultimo barile del Per' e Palumme”; rosso come la passione che ci si appresta a celebrare. Mio Padre, come a Natale, si concede il lusso di acquistare le bottigliette con le “essenze” per preparare i liquori da fare in casa; per la Pasqua si limita al solo rosolio. Ma la settimana di Pasqua è un supplizio per i golosi; si fanno pizze piene, pastiere, casatelli; arrivano uova di Pasqua e altro, ma non si può assaggiare nulla di ciò; assolutamente nulla fino alla mezzanotte del sabato. Nella spaziosa e calda cucina, accanto al focolare in muratura, le mani impastano e ammassano farina con la partecipazione di noi bambini; attenti ad ogni passaggio e con me impegnato, allora come oggi, nel tagliare e posizionare le strisce della pastiera.
Prodotto tipico è il “casatiello” il cui nome deriva da “cacio”; il formaggio di pecora che simboleggia l’agnello pasquale, la vittima sacrificale. Le uova crude che affondiamo sul “casatiello” rappresentano il simbolo del seme, della vita, e le due strisce che le coprono ricordano la croce di Cristo. Infine i casatielli sono a ciambella, vuoti al centro, a forma della corona di spine di Gesù. In casa se ne fanno più di uno ed ogni bimbo ha il suo fatto apposta più piccolo, ma con egual numero delle ricercate uova che nel forno prendono il caratteristico buon sapore. Fatto bene è un prodotto costoso e pesante; non per niente si dice “che casatiello” di una persona pedante e indigesta. Altro dolciume pasquale è il “casatiello dolce” per la cui preparazione c’è bisogno del “criscito”, una pasta fermentata acida, e di una particolare preparazione per permetterne la crescita al caldo, generalmente sotto coperte o materassi. Naturalmente suscita curiosità ed è forte la tentazione di misurarne la crescita; di nascosto lo si va a scoprire attirandosi “allucche’” e “strille” da parte dei genitori.
Finalmente arriva il venerdì, giorno in cui la “Rosina” solitamente accende il forno; questa volta per più lungo tempo, non solo per il pane settimanale. Tutti noi bambini portiamo giù pastiere, pizze, casatielli, e li poniamo allineati sul muretto, non molto alto, che separa il forno dal casotto dei maiali [2]. Quest’ultimo è costituito da una bassa e coperta costruzione, dove i due maiali riposano di notte, ed un anteriore piccolo spazio pieno di melma, escrementi ed avanzi di ogni genere da cui esala un odore particolarmente penetrante. I ruoti, nel pieno rispetto della natura, sono scoperti e tenuti d’occhio da noi piccoli che ce li indichiamo l’un l’altro per ricordarne la proprietà ed esaltarne la bontà. E’ bello vedere Rosina impegnata con i lunghi attrezzi che servono di volta in volta ad immettere legna, a rivoltare la brace, a posizionare i ruoti; e quando dalla ardente bocca del forno ne tira fuori alcuni, con la lunga pala di legno, si diffonde nell'aria un messaggio di calore e benessere che crea tragici languori di fame. Ma bisogna digiunare, Gesù è a terra e necessita affrettarsi per partecipare alla “Via Crucis”.
Finalmente giunge il Sabato Santo, dopo la penna bianca viene tirato a terra anche il fantoccio della Quaresima ed il tutto viene bruciato così come nelle Chiese brucia il Sacro Fuoco, preludio allo scioglimento della Gloria.
Il giorno di Pasqua, dopo la Santa Messa, riprendiamo i salami dalla cantina dove sono stati riposti l’ultimo di carnevale e, insieme ai dolci, li disponiamo sul tavolo imbandito attorno al quale è raccolta tutta la Famiglia. Allora la persona più anziana benedice tutto e tutti attingendo l’acqua santa con un ramoscello d’ulivo. Solo allora grandi e bambini possono mangiare, lo fanno con gioia ed appetito tenendo d’occhio papà che solo dopo aver terminato il primo piatto si accorge delle letterine da noi riposte sotto di esso. Le letterine, fatte preparare a scuola dalla maestra e scritte da noi ragazzi con paroline buone, vengono lette orgogliosamente dal papà e ascoltate con emozione da tutti i familiari. Il momento più bello è quando papà ci ricompensa con dei soldini; che festa la mia Pasqua!
Il giorno dopo, Lunedì di Pasquetta, tutti noi piccoli di Villa Maria siamo pronti a trascorrere una giornata all’aria aperta in parziale autonomia. Con cesti pieni di ogni ben di Dio percorriamo il lungo viale che, fiancheggiato da aranci e mandarini con i tronchi spruzzati di bianca calce, sembra condurre verso il meraviglioso mondo del Mago di Oz [3]. Nel passeggiare anche noi incontriamo spaventapasseri e figure di latta, ma in fondo non c’è la Città di Smeraldo, c’è un’area che su tre lati è circondata da panchine rivestite di bianco marmo. Al centro troviamo un tondo e marmoreo tavolo e dai quattro angoli partono delle strutture metalliche che vanno a congiungersi in alto, all’epicentro dell’ambiente. A copertura del groviglio non ci sono fiori ma intrecciati rami di viti; di quell’uva della qualità che chiamiamo “a cornicella”. Pomposamente definiamo “Hermitage” questo ambiente, ma esso altro non è che un neoclassico gazebo, coetaneo dell’ottocentesco casino di campagna, smantellato per la realizzazione del mercato ortofrutticolo all’ingrosso e la sua area trasformata in luogo di decenza [4]. In questo spazio ci fermiamo a giocare, a pranzare, a riposare e ci spostiamo per due soli motivi. Raggiungere un vicino “fussatiello” in cui sono piantate le fave ormai pronte e raggiungere, ogni venti minuti, il muro della confinante ferrovia cumana. E’ immensa la gioia quando sentiamo il treno arrivare, il vociare e cantare dei suoi allegri passeggeri diretti alla scampagnata; poi la meraviglia di quelli che, troppo esposti ai finestrini, perdono, con il nostro aiuto, i loro caratteristi berrettini tanto simili a quelli di Coppi e Bartali.
Che gioia riattraversare il giardino della Starza con in testa questi trofei.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 31 marzo 2012