sabato 9 novembre 2013

La Masseria alla Starza 1°







La Masseria alla Starza
Giuseppe, primo enfiteuta della Famiglia Daniele

Verso la metà del XVIII secolo, regnando Carlo III di Borbone, il territorio su cui sorge la masseria detta “La Starza” è domino diretto della Mensa Vescovile di Pozzuoli ed è condotto in enfiteusi da Giuseppe Daniele, un contadino puteolano.
La Mensa Vescovile, nel diritto ecclesiastico, rappresenta i beni che servono al sostentamento del Vescovo, dei suoi collaboratori e del seminario. Oltre ai beni immobili fanno parte della Mensa Vescovile anche gli utensili ed altri beni mobili e di questi il Vescovo deve compilare accurato inventario ed avere cura della loro efficienza e conservazione. Tutti questi beni sono originati da lasciti che regnanti o altri cittadini facoltosi concedono a parroci o vescovi particolarmente distintosi per opere pie. I beni immobili vengono poi dal Vescovo ceduti in enfiteusi in cambio di un canone annuo e la loro amministrazione è generalmente appaltata a concessionari incaricati della riscossione dei censi.
E’ bene ricordare che l’enfiteusi è un diritto reale di godimento su fondo altrui, che comporta per il titolare l’obbligo di coltivare e migliorare il fondo e di pagare un canone annuo in denaro o natura. Il contratto d'enfiteusi si afferma nel quinto/sesto secolo e spesso esiste un concedente che, oltre a percepire il canone, ha il diritto di affrancare il fondo qual’ora l’enfiteuta viene meno ai suoi obblighi. Durante il medioevo, con l’accentuarsi dell’obbligo di migliorare il fondo come carattere essenziale di questo tipo di contratto, l’enfiteusi contribuisce largamente alla redenzione economica di molte regioni italiane.
Il nostro fondo è conosciuto come “La Starza”, toponimo molto diffuso in tutta la Campania, che deriva dalla parola latina, tardo medioevale, “Startia - Starcia” che indica “terreno da seminare”. Il significato primitivo del nome rimane comunque alquanto oscuro in quanto alcuni studiosi lo inquadrano come indicante un vigneto con le vite sposate (appoggiate) all’olmo. Nel gergo napoletano “starza” acquisisce per estensione anche sinonimo di “fattoria” o, comunque, di “vasto podere”.
Ma come nasce questo toponimo nella nostra Pozzuoli?
Tutta la piana marina, sottoposta al costone marino che va da Pozzuoli ad Arco Felice, si inabissa in tarda epoca imperiale (quando ancora ospita quartieri, templi ed opere portuali), e poi riaffiora a seguito del bradisisma ascendente che culmina nell’eruzione di Monte Nuovo del 1538. Questo nuovo territorio è incorporato dal Regio Demanio così come accaduto per le prime e più antiche porzioni emerse molto prima dell’eruzione. Nel contempo è riaperta ai viandanti la strada che seguendo il tracciato dell'antica via Erculea collega Pozzuoli con Baia attraverso questo nuovo territorio che così riprende nuova vita e vigore anche se sempre più minacciose diventano le incursioni dei saraceni che proprio su questi lidi trovano sicuro e veloce approdo.
Subito dopo l’eruzione tutto il territorio si presenta in uno spettacolo devastante. Non c’è albero che non abbia avuto tutti i rami troncati, né si conosce che albero sia stato. Tutte le fabbriche sono cadute e sono morti gli animali domestici. I raccolti sono stati distrutti dai lapilli e dalla cenere che raggiunge lo spessore di oltre venti centimetri.
Ma tutto passa e, con la caparbietà degli abitanti e la volontà del viceré Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga, la vita riprende lentamente. Si ricostruiscono le fabbriche rovinate, si ritorna a coltivare e si ricomincia a pescare. Il viceré Don Pedro ha fatto bando che tutti i puteolani possano rimpatriare, facendoli franchi d'ogni pagamento per molti anni. Egli stesso, per dare loro coraggio, fa erigere un palazzo con torre, giardino e fontane, quale sua dimora. Fa costruire anche fontane e strade pubbliche, nonché una “starza” di lunghezza di un miglio tutta coltivata, arbustata e ricca di giardini e fonti. Proprio da questa fattoria vicereale l’iniziale nome “Starza” finisce per estendersi passando ad indicare tutta la zona circostante, compreso piana e costone marino.
Tra la fine del sedicesimo e l’inizio del diciassettesimo secolo troviamo gran parte di questo territorio in dominio della diocesi puteolana o comunque amministrato a beneficio dalla sua “Mensa Vescovile”. Essa ha provveduto a frazionarlo e concederlo in enfiteusi a contadini puteolani ed il fondo più significativo ed esteso che su di esso insiste, con annesse costruzioni rurali, è correntemente conosciuto come “Masseria alla Starza”.
A metà del settecento questa masseria risulta molto più estesa dell’ultima porzione residua che, tramandata nei secoli, costituisce l’attuale “Villa Maria alla Starza” della Famiglia Peluso.
Questi sono i suoi termini nel 1750, circa.
a - A settentrione confina con il costone detto “Terrazzo Marino della Starza” e ne comprende tutta la scoscesa parete verticale, esclusa la sommità che rientra nei beni del Cavaliere Don Ambrogio Cordiglia. Solo l’estremo versante, verso il Vallone Mandria, appartiene ad altra proprietà che in seguito, alla fine del diciannovesimo secolo, sarà assorbito nelle proprietà della famiglia Caracciolo, unitamente a quelle appartenute ai Cordiglia.
b - Ad oriente confina con l’alveo naturale che, proveniente dalla piana su cui insiste l’antica Consolare Campana (attuale via Celle), discende attraverso il Vallone Mandria e sfocia in mare in località Calcara. Detto alveo, attualmente ricoperto ed in parte attraversato da condotte di nafta, divide in modo naturale la “Masseria alla Starza” da altro fondo sottoposto sempre al dominio della Mensa Vescovile di Pozzuoli che ancora oggi ne possiede alcune porzioni. Esattamente quella su cui sorge la Chiesa e l’Istituto San Marco e quella dirimpettaia adibita a parcheggio auto; entrambe queste porzioni costituiranno un territorio unico fino alla realizzazione della via Antonio Maria Gaspare Sacchini che, attraversandolo, andrà a dividerlo quasi a metà.
c - A mezzogiorno confina con la palude marina appartenente al demanio della “Università di Pozzuoli” che la ottenne per mezzo dei regi decreti antecedenti l’eruzione di Montenuovo. Tale palude, formatasi in seguito al nuovo moto discendente del bradisisma, è separata a malapena dal mare dalla strada che conduce a Baia e che ora, nel 1750, è già quasi completamente sommersa.
d - Ad occidente confina parte colli beni del Signor Agostino Barletta e parte con l’antico mulino ad acqua che utilizza (mediante condotte forzate, vasche e cisterne) l’antico acquedotto campano ancora funzionante perché ben protetto nelle visceri del costone. Secoli di incursioni barbariche e d'eventi tellurici ed alluvionali nulla hanno potuto contro questa meraviglia dell’ingegneria idraulica romana; solo i tecnologici progettisti della Ferrovia Cumana sono riusciti a cancellarne ogni traccia dopo circa ventidue secoli.
Oltre l’antico mulino ad acqua, ed oltre l’attuale complesso “borgo mulino” (ex proprietà Mirabella) esistono, nel diciottesimo secolo, altri fondi sempre in dominio della Mensa Vescovile. Essa ancora oggi ne possiede alcuni residui, condotti in enfiteusi, e racchiusi tra la linea ferrata della Cumana ed il retrostante costone marino.
Entro i suoi confini il Territorio è di circa sette moggia, l’antica misura dei terreni agricoli di valore variabile a secondo i luoghi. Il moggio napoletano, cui ci riferiamo, è di circa 3.365 metri quadri ed a sua volta si divide in quarte, none e quinte. Quindi il Territorio si estende per oltre 23.000 metri quadri e si presenta già ben curato, alberato, particolarmente predisposto verso la viticoltura e la produzione di frutti pregiati. E’ ben dotato di comodi rurali costituiti sia da attrezzi propriamente agricoli sia da locali accessori quali forno, casotto per maiali, cisterna, ed altro. Probabilmente comprende anche qualche cavità scavata o appena abbozzata nel dolce materiale che costituisce il retrostante costone.
A metà del ‘700 ancora non esiste la provinciale via Miliscola (attuale Nicola Fasano) perché la strada che mena a Baia ricalca, come visto, il percorso dell’antica Via Erculea. Essa inizia dall’attuale via Roma, grosso modo all’altezza del serapeo, e costeggiando l’antica ripa, ora occupata dai vari cantieri, si dirige verso Lucrino e Baia. Tracce di questa strada, abbandonata tra il 1785 ed il 1786 perché invasa dal mare, sono ancora visibili su foto e cartoline dei nostri anni ’50. Da questa strada si dirama, all’altezza degli attuali uffici della “Nautica Maglietta”, un viottolo che conduce al mulino ad acqua e conseguentemente alla nostra masseria. Per mezzo di un ingresso con piccola lamia e portone di legno ci s'immette nell'anzidetto fondo ove in principio s’incontra un “bassolino” senza porta e senza “astraco solare”, poscia una tettoia addossata al muro che fa da confine con l’antico mulino.
Poi a fronte di un piccolo stradone, di circa trenta passi di più vi esistono:
a - due bassi grandi a lamie per uso “cellajo” e “casone”;
b - esistono due altri piccoli bassi da servire uno per uso cavallini accosto
ai cennati due bassi grandi, ed un altro per uso di neri (maiali), sistente a sinistra entrando detto portone;
c - di più vi esiste un loggiato sostenuto da quattro pilastri di fabbrica, di palmi quattordici circa ognuno, sistemati avanti ai detti bassi grandi;
d - esiste l'aja larga circa 20 palmi quadrati, per tritolare le vettovaglie del Territorio, circondata da muro alto circa 3 palmi;
e - un tinuccio di fabbrica di circa 6 botti, dietro i due bassi antichi;
f - tavola di fabbrica, con poggi anche di fabbrica;
g - lavatoio pure di fabbrica;
h - una cucinetta lunga palmi 16 e larga palmi 8, con focolare e porta lastricata;
i - una cisterna d'acqua piovana, davanti ai due bassi antichi, che si eleva di circa 20 palmi e capace di circa 50 botti.
Nel cellajo (oltre a botti, barili e tini) sono presenti un torchio definito “ingegno alla francese” e nove grossi fusti. Poiché ogni fusto ha la capacità di due botti (la botte ha la capacità di tre pippe, la pippa ha la capacità di cinque barili, il barile ha la capacità di 44 litri) facilmente risaliamo alla capacità totale dei nove fusti che possono contenere in complesso 11.880 litri di vino.
Una produzione annua di circa 12.000 litri, ottenuta tutta con uva fornita dalla masseria stessa, rappresenta un buon dato considerando le modeste tecniche e sofisticazioni dell'epoca.
Giuseppe Daniele conduce il tutto per mezzo di un contratto enfiteutico, ma non sappiamo esattamente da quando tempo; stipulato probabilmente attorno all’anno 1750, durante l’episcopato di Monsignor Nicola De Rosa. Neppure sappiamo se Giuseppe sia il primo enfiteuta della famiglia Daniele, a condurre il fondo, o sia subentrato nel contratto per successione di suoi ascendenti così come poi succede ai i suoi discendenti.
Noi optiamo per questa seconda ipotesi poiché difficilmente, salvo gravi motivi, questo particolare tipo di contratto viene revocato. Ad ogni modo solo un approfondito studio dei documenti conservati presso l’archivio vescovile potrebbe risolvere questo dubbio.
Il periodo di conduzione del fondo da parte di Giuseppe Daniele coincide all'incirca con il fulgido regno del Borbone Carlo III; un’epoca relativamente tranquilla, rivolta al miglioramento delle condizioni di vita. Lo stesso re Carlo inizia la valorizzazione dei beni archeologici flegrei, subito dopo quelli di Ercolano e Pompei, iniziando a mettere in luce il complesso del Serapide vicinissimo alla “Masseria alla Starza”.
Nello stesso tempo è definitivamente sistemato lo scorrimento dell’Alveo Campano e per quest'operazione il Territorio, che come abbiamo visto con esso confina, è soggetto ad una prima parziale espropriazione. Perde quella striscia di terreno che, fiancheggiando la sponda destra dell’Alveo, s'incunea fin dentro il Vallone Mandria venendolo a dividere giusto a metà; così come appare da alcuni antichi acquarelli.
Giuseppe Daniele, coadiuvato dalla moglie e dai figli, svolge proficuamente e tranquillamente il suo compito di contadino fin quando sopraggiunge la sua morte verso la fine dell’anno 1778.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 18 maggio 2013


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