sabato 20 gennaio 2018

Lo Scaldarancio


LO SCALDARANCIO
Pozzuoli per i suoi figli in trincea

Nell’inverno 1915, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Guerra, gli schieramenti italiano e austriaco appaiono già fermi e al riparo di lunghe trincee. Queste sono molto vicine tra loro pertanto, per non provocare fumo, niente cucine da campo per cuocere e niente fuochi per riscaldarsi.
Allora, per permettere ai soldati di consumare un pasto caldo tra i disagi della trincea e in difficili condizioni climatiche, è introdotto un espediente, semplice ed efficace, per riscaldare il cibo quasi senza fiamme e senza fumo.
E’ lo scalda-rancio che con una fiammella quasi invisibile, eppure resistente, consente l'impiego nelle primissime linee a contatto con quelle nemiche.
Questo aggeggio è una specie di torcia che riesce ad ardere quanto basta per riscaldare la gavetta con il cibo; una volta acceso, lo scaldarancio, sviluppa calore senza fiamma per circa 15 minuti [1].

Per confezionarlo bastano vecchi giornali che vanno a formare un cilindretto di carta, avvolta e pressata, imbevuto di paraffina e grosso come un rullo di pellicola fotografica. La carta, arrotolata a più strati e legata stretta, è immersa nella paraffina, o nel grasso o nella cera, per diverse ore fino ad impregnarsi. Essenziale è l’impegno di volontari disposti a dedicare ore di lavoro; buona parte della produzione è garantita da quello che è chiamato "fronte interno", ovvero le iniziative della popolazione a sostegno dei combattenti.
In pratica questo compito è affidato a donne e bambini dei Comitati e delle Associazioni di Assistenza che numerose sorgono in tutta Italia [2].

E’ talmente rapida e vasta la diffusione dello scaldarancio che alla fine del primo anno di guerra a Milano è costituita l'Opera Nazionale dello Scaldrancio per il cui tramite al 5 febbraio del 1916 ben 25 milioni di pezzi sono stati già inviati al fronte.
Nelle lunghe veglie invernali, le mamme, le spose, le fidanzate, le sorelle dei combattenti, arrotolano strettamente i vecchi giornali; quindi immergono i rotoli in cera o paraffina che lasciano rapprendere; poi li ritagliano in piccoli cilindri di circa un centimetro di altezza [3].

Tutti coloro che sono impegnati in questa produzione ricevono, come nei cartoons di Minnie e Paperina, un distintivo con l’effige stilizzata dello scaldarancio a riconoscimento del benemerito impegno.
Accompagnati da pietosi ed affettuosi auguri, gli scaldarancio vengono inviati al fronte, in misura sempre maggiore per esaudire le crescenti richieste.
Ogni soldato ne abbisogna di almeno sei al giorno per il solo cibo, due per il caffè e quattro per il rancio; essi sono accesi sotto le tazze di latta per riscaldare caffè o vino, sotto le gavette per riscaldare il rancio (da qui il loro nome), sotto il coperchio delle gavette impiegato come tegame per riscaldare qualsiasi altra cosa. Utili quindi per poter mangiare il rancio sempre caldo; poiché pasta, brodo e carne, quando giungono in trincea, sono sempre freddi [4].

Ma gli scaldaranci sono utilizzati anche per altri scopi che si rivelano provvidenziali nell’aiutare a combattere il freddo; agli inizi i soldati non vorrebbero sprecarli ma poi, accertata le quantità che ne ricevono, a turno ne sacrificano alcuni per riscaldarsi.
Nelle prime ore del mattino è talmente rigida la temperatura che si deve usare molta cautela nell'aprire la tenda ghiacciata. E’ consigliabile, prima di uscire, riscaldare l'aria del ristretto ambiente interno accendendo qualche scaldarancio e questo consente poi di aprire e chiudere i teli senza correre il rischio di spaccarli.

L’invenzione, di antichissima origine giapponese dove serviva per riscaldare l’acqua del thè, è portata da un giornalista in Francia nel 1914 il primo anno di guerra. E’ qui vista da una nobildonna italiana, Maria Pogliani, che elegge la sua cucina come prima sede del Comitato Nazionale per lo Scaldarancio; le amiche sue milanesi la imitano, gli industriali regalano delle attrezzature un po’ più professionali, la gente comune dona la carta [5].

Pozzuoli non può essere da meno per i suoi figli al fronte; scuole, associazioni cattoliche, circoli e nobildonne hanno di già costituito un “Comitato Puteolano di Assistenza Civile” nell’ambito del quale è creata “L’Opera dello Scaldarancio”.
In breve tempo ragazzi, signore e popolane si dedicano in pieno alla produzione di questo fantastico aggeggio diventato ormai leggendario come il motto che gli è stato coniato: “Riscalda, Ristora, Rincora”.

Attorno a quest’opera immediatamente sorge tutta una galassia di organizzazioni volontarie per la raccolta di fondi e allestimento di spettacoli a favore dei militari al fronte, dei mutilati, degli orfani, delle vedove e degli sfollati.
Anche queste organizzazioni sono guidate da nobildonne e ci fa piacere ricordarne in particolare una che, ancorché napoletana, ha Pozzuoli nel cuore e nella mente, ed in parte anche negli interessi economici.
La signorina Maria De Sanna, figlia del finanziere Roberto che fu anche impresario del Teatro San Carlo, e fondatrice essa stessa, nel primo dopoguerra, dell’Associazione Musicale Alessandro Scarlatti, ancora oggi esistente.
Maria De Sanna è proprietaria del “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” e di “Villa Maria alla Starza”; complessi entrambi rintracciabili lungo la provinciale via Miliscola [6].

Nell’anno 1917 l’offensiva degli imperi centrali ha portato l’esercito austriaco ad occupare gran parte del Friuli e del Veneto provocando l’esodo delle locali popolazioni che cercano rifugio al di qua del Piave.
Tutta Italia si attiva per alleviare le loro sofferenze ed anche nella Napoli “bene” il commendatore Augusto Laganà, altro fervido e fattivo impresario del San Carlo, ha l’idea di un grande concerto “Pro Fratelli Veneti e Friulani”, da organizzare al celebre teatro [7].

Dirama quindi un largo invito ai rappresentanti dell’alto commercio e dell’alta finanza e nel primo convegno, dovendosi provvedere alla presidenza del Comitato, per acclamazione è scelta la signorina Maria de Sanna, la degna figliuola del Commendatore Roberto, la cui figura e la cui opera non può essere dimenticata dai napoletani.
La giovanissima presidente, figura muliebre di gentilezza squisita, di larga cultura e di moderni intendimenti, si occupa con fervore della compilazione del programma, desiderosa che questo sia degno del grande pubblico napoletano. Il concerto si tiene il giorno 9 dicembre 1917 e vede la partecipazione di famosi artisti come Roberto Bracco, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ernesto Murolo (padre di Roberto), Arrigo Serato (famoso violinista), Graziella Pareto (famosa soprano) e tanti, tanti altri.
Al termine della serata speciali congratulazioni vanno agli artisti ed alla organizzatrice Maria de Sanna che con il grande avvenimento ha permesso di raccogliere la considerevole cifra di Lire trentamila.

Tutto questo fervore patriottico fa sì che i costi e i lutti della guerra siano assorbiti, senza pericolosi rivolgimenti politici, dalla Nazione tutta che, come scrisse il presidente del Consiglio Antonio Salandra, nell’ora del grande cimento si stringe in un sol cuore e ne forma una sola Famiglia.


REFERENZE
Giulio Bazini - Da Venezia a...Venezia
Andrea Bianchi – Che fame in Trincea
Alessandro Longo – L’Arte Pianistica
Giuseppe Peluso – Le due Villa Maria
www.storiatifernate.it – Il Comitato per lo Scaldarancio


Giuseppe Peluso